Yes all cops: perché le strade sicure le fanno le donne che le attraversano


Chiunque sia andatə allo stadio, abbia organizzato un’occupazione al liceo oppure partecipato a una manifestazione conosce alla perfezione quel brivido lungo la schiena nel vedersi davanti una divisa che ti chiede i documenti. Ecco, quello non è il brivido di chi si sente al sicuro e nemmeno quello di chi sa di aver fatto qualcosa di sbagliato: è il brivido di chi non può prevedere cosa succederà dopo. Se a un uomo fai indossare una divisa non vuol dire che sia automaticamente uno dei buoni, eppure di fronte a lui, tu diventi il cattivo.

Cercando su google ”abusi di potere della polizia”, i primi risultati parlano di come si debba agire per difendersi dall’abuso di un pubblico ufficiale. A seguire la solita pagina di wikipedia dedicata all’argomento (se non è già questo un orrido campanello d’allarme...) e infine una sfilza infinita di esempi concreti di denunce e fatti di cronaca. Potrei citare centinaia di casi o solo i più eclatanti come i 23 carabinieri di Piacenza, gli agenti penitenziari di Torino, le guardie carcerarie di Asti, Stefano Cucchi, i fatti di Genova con Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi e tantissimi, tantissimi altri. Troppi. Risale solo a poche settimane fa il gravissimo episodio di transfobia avvenuto all’aeroporto di Catania. Una donna, stanca degli insulti da parte degli addetti ai controlli di sicurezza, ha chiesto aiuto alla polizia solo per essere zittita e minacciata da chi, almeno in teoria, è pagato per tutelarla. Eppure decide di utilizzare il proprio potere per umiliare e abusare chi reputa inferiore. Sicuramente non ha fatto scalpore come gli esempi citati prima, ma è un ennesimo campanello d’allarme, troppo spesso ignorato.

Quando ti trovi davanti una divisa, che sia della digos, della polizia o dei carabinieri l’unica certezza è che non sai mai come andrà a finire. La prima cosa che ti chiedi è “sarà uno dei buoni?”, come se fosse normale vivere nel terrore di finire nelle mani sbagliate quando si tratta di giustizia. La seconda domanda è: “mi andrà bene?” e quel bene dipende da diversi fattori: sono un ragazzo bianco? Sono una ragazza trans? Sono straniera? Sono un ragazzo di colore? Sono una ragazza ubriaca? Li ho chiamati io? Mi hanno fermato loro? Imprevedibile.

Ogni attivista sa cosa vuol dire prepararsi per un corteo o una manifestazione: porti l’acqua, lo zaino deve essere leggero, lasci il portafogli a casa e rassicuri tua madre sul fatto che sì farai attenzione a non farti prendere a manganellate dalla polizia. Perché se la situazione si scalda il pericolo principale è l’uomo armato in divisa, e questo lo sanno tuttə. Senza andare troppo indietro nel tempo, è di pochi giorni fa il video (non abbastanza virale) della polizia che carica sui manifestanti scesi in piazza contro lo sgombero del Cinema Palazzo a Roma. Nel video si sente distintamente un uomo dire “una ragazzina stanno picchiando” e una donna urlare “ma perché avete fatto così?” alla fine un terzo manifestante aggiunge “mi hai menato senza motivo”. La verità è che il motivo c’è: ricorrere alla violenza è sempre un’opzione quando hai casco, scudo e manganello.

A questo punto la questione diventa spinosa perché c’è chi sostiene sempre a gran voce: “ma non sono tutti così!” Not all cops come not all men: ovviamente non tutti gli agenti di polizia sono attivamente colpevoli di abusi e violenze, eppure tutti lavorano in un sistema che legittima questi comportamenti salvo poi dissociarsene nel momento in cui toccano l’opinione pubblica. Tuttə traggono vantaggio e privilegio dallo status quo di un servizio statale pensato e studiato in difesa di pochə e mai di tuttə. Un sistema che criminalizza e silenzia le comunità nere, arabe, ispaniche in Italia come nel resto del mondo, un sistema che protegge le classi più privilegiate e non guarda in faccia al resto. Partiamo pure dal presupposto che tuttə noi abbiamo uno zio/padre/sorella/cugina in polizia e quando pensiamo a ləi non possiamo fare a meno di dire “vabbè X non l’avrebbe mai fatto!”. Quasi come un automatismo, un meccanismo di difesa. Perché se X è stato bravo non devo preoccuparmi del sistema. Ma l’eccezione che conferma la regola non può mai essere vista come soluzione. Se X si trova in stazione centrale per dei controlli a campione avrà come target ragazzi non bianchi o ragazze con la gonna lunga che parlano romaní, perché il sistema per cui lavora è indirizzato alla criminalizzazione a priori di chi ha la pelle scura oppure origini rom. Allora X, brava persona per niente razzista nel suo privato, indossa la divisa e diventa strumento di profilazione razziale (dall’inglese racial profiling). Per chi pensa che questo sia un problema tutto Americano, ecco un po’ di dati: questo è quello che ci dice il rapporto Being Black in the EU dell’ European Union Agency For Fundamental Rights (consultabile qui https://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/fra-2018-being-black-in-the-eu_en.pdf) :

“Among those stopped in the 12 months before the survey, 44 % consider the last stop to have been motivated by their ethnic or immigrant background. The highest rates are observed for respondents in Italy (70 %) and Austria (63 %)”

Sempre X, brava persona, si ritroverà (più o meno inconsciamente) a controllare più cittadini di una determinata etnia, giudicandoli a priori più pericolosi di un qualsiasi cittadino italiano bianco in giacca e cravatta che negli uffici di dirigenza è libero di commettere indisturbato qualsiasi crimine. Ma per strada passa inosservato, non sarà mai nel raid della polizia.


Finire nelle mani della giustizia per troppi è una sentenza di morte (vedi Aldo Bianzino morto 48 ore dopo il suo arresto per “cause naturali” a Perugia nel 2007) o una condanna da cui è impossibile difendersi (vedi il caso dei detenuti del carcere di Bolzaneto. Siamo nel 2001. Marco Poggi, l’infermiere penitenziario che ha provato a denunciare i soprusi della polizia è stato definito l’Infame di Bolzaneto e costretto a lasciare il posto di lavoro. Vedi anche la storia dell’agente Sissy, il caso della ventottenne Maria Teresa Trovato Mazza il cui “suicidio” non convince nessunə. Trovata morta in un ascensore dopo aver denunciato diversi comportamenti anomali, tra cui spaccio di droga e abusi sessuali, nel carcere femminile della Giudecca nel 2016: chi prova a parlare fa questa fine). Quando la cerchi, questa giustizia, la trovi in una persona in divisa che ti violenta e magari era meglio evitare (vedi Marco Camuffo e Pietro Costa, due carabinieri che nel 2017 hanno stuprato due studentesse americane a Firenze. Vedi ancora i due allievi agenti della Scuola di Polizia di Stato di Brescia che hanno stuprato una giovane turista tedesca a Rimini nello stesso periodo). A volte, senza altre ragioni, finire tra le mani delle forze dell’ordine ti toglie semplicemente l’aria, come nel caso di Riccardo Rassman giovane affetto da schizofrenia paranoide, immobilizzato a terra, la faccia schiacciata contro il pavimento, morto in nove minuti. Sua madre commenta senza più lacrime:

Di dieci uomini non ce ne è stato uno capace di dire: lasciamolo vivere»

Cosa succede se poi vuoi denunciare ma non hai mezzi per difenderti da un sistema che tutela sé stesso? (Vedi il caso della figlia del poliziotto di Trapani, che per riuscire a denunciare le violenze del padre ha dovuto cambiare comune: i colleghi dello stupratore, suoi complici nell'omertà, hanno fatto di tutto per difenderlo anche davanti a prove schiaccianti). Quanti casi invece continuiamo a ignorare o credere che siano meno gravi, come il caso del poliziotto di Reggio Emilia condannato per violenza sessuale e concussione ai danni di quattro sex workers nel 2015? Erano solo prostitute, pensa l'opinione pubblica. Quasi non ci tocca.

Allora quante mele marce dobbiamo giustificare prima di capire che è il sistema stesso a continuare a produrle?

Riprendendo uno degli slogan femministi più famosi di Non Una di Meno:

Il poliziotto violento non è malato, è figlio sano del patriarcato.

Ed eccoci ritornare al titolo di questo articolo: le strade sicure le fanno le donne che le attraversano. Se dell’uomo in divisa non puoi fidarti, se la giustizia è un imbuto che inghiotte solo chi è sistematicamente percepitə come pericolosə, cosa ci resta da fare? Guardiamoci intorno: accanto a noi ci sarà sempre una compagna pronta a lottare.


Quando nei cortei gridiamo a gran voce che le strade sicure le fanno le donne che le attraversano, è perché ci crediamo davvero. Sono le donne che marciano, le donne col pene e le cosce scoperte, le donne che urlano sui tacchi a spillo e la barba lunga e continuano ad andare avanti. Che spaccano i timpani con il loro silenzio, che non lasciano indietro nessunə.

Mogli e madri e sorelle fuori dalle carceri che sentono le botte dei figli sui loro corpi e restano lì, perché se vanno via loro non resta più nulla.

Donne armate di telefoni che filmano tutto, anche se hanno gli occhi annacquati.

Donne che tengono d’occhio il tuo drink durante tutta la serata perché essere ubriaca non è mai una colpa. Mogli e madri e sorelle che ti insegnano che essere nerə non è una colpa, ma essere violentə sì.

Mogli e madri e sorelle che mangerebbero il mondo per un po’ di giustizia.

Donne che camminano per strada e ad ogni passo la rendono più sicura.

Articolo a cura di: Debora De Simone