Vegan e queer nella costruzione dell'identità

Scatto, epifania, connessione, crollo del sipario: questi sono i termini con cui definirei il mio approdo al mondo del veganismo e dell’antispecismo. Di colpo, per effetto di immagini ad urto, non mi sono più sentita in diritto di contribuire a tanta violenza e crudeltà verso esseri viventi come me, verso animali completamente uguali a quelli che ogni giorno accarezzavo e con i quali ogni notte dormivo a ritmo di fusa. Completamente uguali, se non per la nostra percezione culturale.


Eppure, come la maggior parte delle persone che si affaccia al mondo plant-based, all’inizio credevo di fare del mio meglio evitando la carne in tavola, ma continuavo a fare aperitivi con formaggi, iniziavo la giornata con una tazza di latte e mangiavo almeno due uova a settimana. Con il tempo, e in seguito a varie riflessioni, ho compreso che non ero che a metà del mio cammino verso un modo di vivere etico e rispettoso verso le altre forme di vita con le quali condivido il pianeta. Tuttavia, una volta fatto il collegamento tra una tazza di latte e un vitello strappato alla madre, probabilmente ingravidata artificialmente, l’impalcatura di abitudini e tradizioni che mi avevano accompagnato per tutta la vita non ha potuto opporre alcuna resistenza al mio rifiuto totale verso l’oppressione e lo sfruttamento di altri esseri non umani, ed è crollata irreparabilmente.


Sarò per sempre grata a quella concatenazione di eventi presentatisi nella mia vita a partire dai quali ho iniziato un percorso del tutto inconscio, eppur pervasivo, che ha rivoluzionato interamente la mia esistenza e la mia maniera di percepire la realtà e il rapporto con il resto del mondo. Difatti, se prima ero una persona piuttosto fredda, pragmatica, di quelle che “occhio non vede, cuore non duole”, sintonizzando le mie frequenze emotive con quelle di altre specie si è aperto dinnanzi ai miei occhi un panorama di un’ampiezza dapprima inimmaginabile.


Sono consapevole del fatto che la maggior parte delle persone parte da una base di sensibilità verso i propri simili: parte dalla rivendicazione di pari diritti all’interno della specie umana e dalle lotte sociali; poi, eventualmente, fa sua l’idea per cui il diritto alla vita è lo stesso per ogni essere ed estende i principi di equità alle altre specie. Ebbene, in me si è verificato il percorso inverso: sono partita dal rifiuto del concetto di specie, mi sono immedesimata ed equiparata a una mucca, a una gallina, a un maiale, per poi disfarmi dei costrutti sociali che vogliono il bianco superiore al nero, l’uomo superiore alla donna, l’eterosessualità o l’assenza di disabilità come condizioni "normali", e così via.


È impressionante la quantità di riflessioni che possono far seguito alla scelta di prendere le distanze dal sistema antropocentrico che regola il nostro modo di vivere la tavola, la moda, la cosmesi, ecc. In certi momenti mi sono persa a cercare di seguire flussi di pensieri e associazioni che inglobavano via via sempre più questioni sociali senza che neppure io stessa capissi, almeno in un primo momento, l’attinenza tra queste e la mia scelta di non partecipare più allo sfruttamento di altre specie. Mi sono sentita pervadere da un sentimento di amore tanto potente ed esteso da farmi sentire per la prima volta parte di un tutto.


In particolare, ho avvertito quanto il mio definirmi vegana influenzasse la mia percezione identitaria, così come ho notato che il riconoscimento e la definizione di se stessə come veganə avviene in opposizione a un ordine sociale che difende un regime alimentare onnivoro come unica possibilità per gli esseri umani. Ho avvertito, per un certo periodo, quella strana sensazione di voler gridare al mondo di esser vegana mischiata alla paura del giudizio, di essere etichettata come "diversa", "strana", "anormale": la stessa sensazione che si prova prima di dichiarare apertamente di essere lesbica. Due parole scomode, fonicamente sgradevoli, spesso evitate, camuffate dietro la versione inglese, vegan, o dietro la definizione del proprio orientamento sessuale in negativo: “non mi piacciono i ragazzi”. Da qui le mie ricerche, la necessità di capire se questi due mondi, queer e vegan, in qualche modo comunicassero davvero o se le mie non erano che riflessioni e considerazioni soggettive.


Tra le varie letture, è stata rivelatrice quella del Manifesto queer vegan di R.R. Simonsen[1]. Attraverso le sue parole, il turbinio di pensieri e sensazioni da cui ero pervasa si è finalmente placato e ogni tassello ha trovato il proprio posto fino a dar vita a un mosaico perfettamente armonico. Con una semplicità e una chiarezza di linguaggio disarmante, Simonsen spiega che il punto di connessione tra mondo queer e mondo vegan è da ricercarsi nel concetto di "devianza": da un lato rispetto all’eteronormatività; dall’altro rispetto all’antroponormatività. Entrambi i concetti, dunque, trovano la loro ragione d’esistere in un sistema di norme sociali consolidato e nella loro posizione di devianza rispetto alle stesse. In altre parole, esistono per contrapposizione a qualcosa di riconosciuto come "normale".


Ne consegue che se da un lato i concetti di vegan o queer possono suscitare sdegno in coloro che si aggrappano con forza allo status quo, dall’altro conferiscono a chi si riconosce in queste etichette e si percepisce come deviante dalla norma un senso di orgoglio e di rivendicazione della propria alterità ed estraneità, seppur sempre accompagnato dal timore del giudizio altrui. Eppure, questa polarizzazione tra "normale" e "deviante" può portare con sé degli effetti devastanti di separatismo e discriminazione.


Per tale ragione, allineandomi con le posizioni di Dell’Aversano[2] ed Edelman[3] a cui si fa riferimento nel Manifesto queer vegan, ritengo che dovremmo auspicare ad abolire i confini identitari, rendendo la personalità e l’identità concetti fluidi, infinitamente estesi ed estendibili, capaci di inglobare una quantità indefinita di tratti, che non costruiscono un insieme finito e non possono essere raccolti sotto una definizione ultima. In questo modo, abolendo la categorizzazione dell’identità, saremmo davvero rivoluzionarə e in rottura con l’ordine sociale gerarchico attuale, che non avrebbe più ragione di esistere. Di conseguenza, all’opposizione binaria umani-altri animali, uomo-donna, eterosessuale-eterodeviante si sostituirebbe una coesistenza di tratti, una convivenza di forme di vita, ognuna con le proprie specificità, ma non separate le una dalle altre, bensì immerse in un insieme olistico. Solo allora, una volta superate le categorie di razza, specie, genere, orientamento, ecc. potremmo superare ogni forma di discriminazione, sfruttamento e sentimento di superiorità, e solo allora un modus vivendi fondato sul rispetto di tutte le altre forme di vita sarebbe l’unico modo logico e concepibile di abitare il pianeta.


In conclusione, ritengo che un movimento di liberazione totale non possa prescindere dallo smantellamento delle gabbie mentali che la nostra società ci ha costruito: ciò che la persona "deviante" deve sovvertire è la ragione stessa per cui viene definita "deviante". Dovremmo, innanzitutto, epurare la società dal concetto di caratteristiche o comportamenti neutri, da schemi e binarizzazioni. A tal proposito, non dobbiamo rinchiuderci in una torre d’avorio sottolineando e fomentando alterità, bensì aprirci al dialogo, contaminarci reciprocamente in un rapporto osmotico. Inoltre, dovremmo accettare che l’identità non è un sistema chiuso e definito; anzi rappresenta un’infinità di possibilità poiché è in continuo divenire e si delinea arricchendosi via via di sempre più idee e tratti, tutti egualmente validi e rispettabili. Anziché incentivare la polarizzazione, prendere le distanze da ciò che riconosciamo come estraneo e lontano da quella che riteniamo la nostra identità, dovremmo mirare a dissolvere il concetto stesso di identità intesa come questione privata e separatista ed estenderla fino a farla divenire una questione collettiva.


Articolo a cura di Luna Angrisano


Note

[1] R. R. Simonsen, "A Queer Vegan Manifesto", Journal for Critical Animal Studies 10.3 (2012): pp. 51-80, November 26, 2014 (Manifesto queer vegan, trad. it. a cura di M. Filippi e M. Reggio, Ortica, Aprilia 2014).


[2] Cfr. C. Dell’Aversano, "The Love Whose Name Cannot be Spoken: Queering the Human-Animal Bond", Journal for Critical Animal Studies 8.1 (2010).


[3] Cfr. L. Edelman, No Future: Queer Theory and the Death Drive, Duke University Press, Durham 2004.