Unione Europea e Covid: quando la solidarietà diventa valore condiviso.


Dalla sua fondazione ad oggi, l’UE ha dovuto misurarsi con la grande sfida di creare un sentimento europeista comune. Tentativo ostacolato dai detrattori dell’euro in primis, dai cittadini scettici e da tutti quei partiti di estrema destra che hanno fatto dell’anti-Europa uno dei principali mantra su cui scaricare colpe e responsabilità. 


In questi ultimi anni, gli orientamenti sovranisti europei hanno trovato credito nella Brexit e soprattutto in Trump e l’incertezza che ruota attorno alla possibile rielezione dell’attuale presidente degli USA fa in parte vacillare la legittimità su cui hanno poggiato fino ad oggi i nazionalismi europei. 


A ciò si aggiunga che in questi mesi di emergenza, i cittadini e le imprese europee hanno dato un importante segnale di appartenenza all’Unione. A indicare questa tendenza è l’European Solidarity tracker, uno strumento interattivo che si basa su fonti raccolte dai ricercatori dell'ECFR e dal team di Rethink: Europe, che documenta la fitta rete di assistenza e la cooperazione reciproca tra gli Stati membri dell’Unione e le istituzioni. Quello che emerge da questi dati è che la solidarietà, nel senso più ampio del termine, é un tratto comune in Europa.


Stando a EURATEX (organizzazione europea del settore settile e dell’abbigliamento), più di 1000 aziende dell’Unione attive nel settore tessile e della moda si sono riconvertite per produrre dispositivi di protezione individuale, soprattutto mascherine. Così il marchio spagnolo Inditex, proprietario di Zara, produce attualmente due milioni di DPI e la svedese H&M ha usato la propria catena di approvvigionamento per produrre mascherine, guanti, tute e camici e ha fornito gratuitamente circa 100.000 mascherine ad Italia e Spagna. 

Esempi analoghi si possono trovare nell’ambito dei dispositivi medici e dei disinfettanti. In Germania Mercedes-Benz ha offerto la propria capacità di stampa 3D per contribuire a produrre attrezzature mediche; la Ramazzotti, azienda italiana del famoso liquore digestivo, ha convertito la produzione della distilleria di Canelli per ottenere una soluzione disinfettante. La Commissione europea ha adottato misure per mettere l’industria nelle condizioni idonee per intensificare o riorientare la produzione nel più breve tempo possibile, anche chiedendo alle organizzazioni europee di normazione di mettere gratuitamente a disposizione di tutti gli interessati le norme per mascherine e altri dispositivi di protezione individuale. 


Ma la solidarietà europea non si è attivata solo in termini di produzione di tutti quei dispositivi ormai necessari per convivere con il virus, ma è stata in prima linea nel tentativo di salvare vite umane. Sono diversi gli esempi di pazienti gravemente malati in cura presso ospedali situati in paesi diversi da quello di provenienza. Dal sito della Commissione europea si legge di cittadini italiani, francesi o olandesi ricoverati presso ospedali austriaci o tedeschi. Oppure di medici e infermieri provenienti da Romania e Norvegia inviati a sostegno del personale sanitario, a Bergamo e Milano, durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria. 


Fondamentale è stato anche l’intervento dell’UE nella gestione degli oltre 77.000 cittadini che dall’inizio della pandemia si sono trovati bloccati all’estero e sono stati riportati a casa a bordo di oltre 340 voli di rimpatrio messi a disposizione e cofinanziati dal meccanismo di protezione civile dell’UE (dati aggiornati al 26/06/2020).  


L’importanza di quanto riportato non risiede nei numeri in senso assoluto o nella somma delle informazioni, ma nella tendenza che questi dati dimostrano: ossia che la solidarietà può essere uno dei baluardi attorno cui costruire l’esperienza paneuropea e che deve essere considerata non solo una strategia vincente in campo economico o sanitario, ma soprattutto un valore condiviso, un tratto caratterizzante dell’Europa, in cui i cittadini e le imprese europee possano riconoscersi.  


Non so se questa pandemia ci renderà migliori, ma potrebbe aiutarci a trovare la strada giusta per costruire quel sentimento di appartenenza all’UE, che ancora sembra non essere del tutto definito.