Tunisia: un "fiore" in attesa di sbocciare


In questo colloquio che ho intrattenuto con S. M. – una ragazza tunisina di 24 anni residente in Francia – ho voluto raccogliere una testimonianza riguardo ai progressi in materia di diritti e libertà fondamentali compiuti dal suo paese a dieci anni dallo scoppio delle Primavere arabe. Proprio a Sidi Bouzid, una remota cittadina dell’entroterra, nel dicembre del 2010 il suicidio di un giovane ambulante (Mohamed Bouazizi) in segno di protesta contro i continui abusi subiti da parte delle autorità locali veicolò il latente malcontento popolare in tutta la nazione, portando alla caduta del regime di Ben Ali e provocando, infine, un effetto domino in tutto il mondo arabo e nell’intera regione del Nord Africa.



"Che cosa significa dover vivere la propria infanzia e adolescenza in un contesto restrittivo in termini di libertà fondamentali?"


"Ho vissuto 14 anni all’interno di una dittatura. Quando nasci e trascorri l’intera infanzia in un ambiente dove non hai la possibilità di avere un confronto con l’esterno, dove la tua stessa famiglia ti raccomanda di non parlare in pubblico o a estranei di temi che riguardino la politica, dove è necessario ricorrere a mezzi alternativi per avere accesso all’informazione, tutto ciò si delinea in normalità e non si interpreta più come una singolarità contro la quale opporsi."



"Perché, secondo te, è stata proprio la Tunisia ad assumere il ruolo di 'locomotiva' in questo continentale movimento per la libertà?"


"Se da un lato l’efferatezza e la brutalità delle immagini del suicidio di Bouazizi – diffusesi rapidamente attraverso il web – hanno sensibilmente contribuito all’esplosione di rabbia riversatasi nelle piazze; dall’altro, per comprendere i motivi alla base delle numerose proteste che ne seguirono e del radicalizzarsi delle stesse, bisogna ricordare che già nel 2008 l’entroterra del sud della Tunisia era stato teatro di scioperi da parte dei lavoratori delle miniere contro le precarie condizioni di lavoro. In quel caso le autorità intervennero prontamente al fine di sedare il malcontento e prevenirne la diffusione da parte della stampa locale. Si può dunque ritenere che il gesto di Bouazizi sia stato l’emblema che ha dato finalmente voce – nella misura più drammatica quanto efficace possibile – a quelle migliaia di lavoratori oppressi i cui diritti per anni erano stati violati, arrivando a massificare il malcontento popolare dandogli una forma non può provinciale bensì nazionale e, in seguito, continentale."



"Cosa ricordi degli inizi della rivoluzione? Cosa hai provato in quei concitati momenti del dicembre 2010?"


"Quando l’ondata di proteste iniziò a diffondersi in tutto il Paese, fino ad arrivare a Tunisi – la mia città natale – mi trovavo in vacanza a casa dei miei zii, in una località balneare. Inizialmente apprendemmo quanto stava avvenendo dai media internazionali, in quanto la stampa locale era stata silenziata dalla censura. Nonostante la dura repressione messa in atto dalle autorità locali – la cosiddetta politica della terra bruciata ordinata da Ben Ali – e le promesse di cambiamento di quest’ultimo, le persone continuavano a scendere in piazza. Fu la prima volta in ventitré anni che il sistema del terrore, per decenni esercitato con successo dal regime, si trovò con le spalle al muro dinanzi all’esasperazione di un popolo intero."



"Ritieni che la destituzione di Ben Ali sia stata sufficiente a completare la rivoluzione?"


"Non credo che l’aver cambiato colui che stava al comando sia stato risolutivo di tutti quei problemi che erano alla base del malcontento popolare. In definitiva, se è vero che sono venuti meno i fautori di quel sistema corrotto, quella mistificazione dei valori morali radicalizzatasi con l’avvento della dittatura è ancora un elemento condizionante della nostra cultura. Quello che manca a questa “metamorfosi” per dirsi compiuta è, difatti, un cambiamento sotto il profilo culturale. Ventitré anni anni sotto la guida di un sistema politico amorale ha inevitabilmente influito sul modo di pensare della collettività, infondendo in quest’ultima quel concetto cinico “il fine giustifica i mezzi”: non importa il “come”, se non il “perché” di compiere determinate azioni. Questo cinismo “strutturale” ha finito per normalizzare comportamenti che altrimenti verrebbero moralmente e legalmente condannati da parte di una società sana. Ricordo che dopo essere stata per la quarta volta bocciata all’esame di guida, molte persone, anche a me vicine, mi suggerirono di corrompere l’esaminatore al fine di passare il test senza complicazioni. Ciò che mi fece più riflettere in quella circostanza è come, per loro, quella fosse un’azione completamente normale."



"A dieci anni dalla rivoluzione, il sacrificio di un’intera generazione ha portato al conseguimento di risultati per i quali è valsa la pena quella lotta?"


"Oggi in Tunisia è possibile esprimere la propria opinione riguardo coloro che amministrano il Paese senza avere timore per la propria incolumità e quella dei rispettivi familiari. Penso che la libertà di espressione sia il risultato più significativo, pratico e visivo quando un popolo riesce a sottrarsi da un potere dispotico. La libertà di espressione fa sì che i governanti siano costantemente messi alla prova dinanzi all’opinione pubblica, dove ogni loro decisione viene maturata e soppesata in relazione al reale interesse pubblico."



"Com’è cambiata l’immagine e la posizione della donna nella società tunisina?"


"Non credo che siano stati fatti enormi passi in avanti. Sebbene le istituzioni abbiano iniziato a prendere coscienza sulla parità di genere, quest’ultima non sembra essere una priorità per i policy maker. Uno dei paradossi più significativi della società tunisina è che se da un lato sono le ragazze ad eccedere nelle università e a registrare le migliori performance in termini di voti e graduatorie, dall’altro il numero delle donne che ricopre posizioni di responsabilità, sia nel pubblico che nel privato, è pressoché irrisorio. Dopo la rivoluzione si è visto un maggiore coinvolgimento delle donne tunisine nella politica, ma questo è fondamentalmente legato al sistema delle quote rosa, dove i partiti sono costituzionalmente obbligati a presentare una componente femminile al loro interno, sebbene nessuna donna, ad oggi, ricopra un ruolo di leader di un movimento politico."



"Cosa manca oggi alla Tunisia per 'fiorire' in una nuova primavera?"


"Occorrerebbe prima di tutto ricostruire il rapporto sfilacciatosi tra politica e cittadini durante gli anni della dittatura. L’aver vissuto in un contesto di terrore, in totale assenza di libertà di espressione, tutt’oggi spinge gran parte della popolazione a non lasciarsi coinvolgere nella vita politica del Paese; a dieci anni dalla caduta del regime vige ancora un clima di astensione e indifferenza nei confronti della vita politica del Paese.

Se da un lato la rivoluzione ci ha riconsegnato la libertà, dall’altro l’instabilità e l’insicurezza generatesi hanno dato un duro colpo al settore turistico, dove lo stesso da sempre rappresenta la fetta più grande del PIL. Inoltre, il fatto che diversi investitori stranieri abbiano deciso di muovere i loro capitali verso aree più stabili della regione ha contribuito a portare il livello di occupazione ai minimi storici. Si spiega così, in parte, il perché del grande esodo verso l’Europa di giovani tunisini e tunisine degli ultimi anni.

Per finire, la Tunisia ha bisogno di amministratori politici il cui ruolo sia il risultato delle reali capacità degli stessi, così da arginare quel sistema clientelare che per decenni è stato espressione della classe dirigente. È fondamentale coinvolgere le nuove generazioni nei processi decisionali affinché le stesse siano all’origine della rinascita del Paese, così come la radice sorregge la pianta nella consueta fioritura primaverile."


Articolo a cura di Davide Shahhosseini