The Haunting of Bly Manor: un ritorno al romanzo gotico.




Dopo il successo della prima stagione uscita nel 2018 The Haunting of Hill house, adattamento del rispettivo libro della Jackson, ecco che il regista Mark Flanagan, dopo 2 anni di attesa, ci delizia con la seconda stagione di questo filone antologico: The Haunting of Bly Manor, questa volta ispirata ad un canovaccio di storie scritte da Hanry James: The Turning of Screw, The Jolly Corner, The Romance of Certain Old Clothes (titolo dell’ottava puntata). Ciò che si può notare a primo impatto è sicuramente la matrice letteraria del materiale dal quale il regista ha preso spunto, che rispetto alla prima stagione viene esaltata di più nell’utilizzo di paesaggi e vicende. Poche parole a caldo? Titolo sicuramente valido.


Sorpresa per gli affezionati al cast della prima stagione, ritroviamo Victoria Pedretti, nei panni della giovane istitutrice americana Danielle; Oliver Jackson-Cohen, questa volta veste il ruolo del maggiordomo manipolatore Peter Quint; Henry Thomas come Hanry Wingrave, zio di due inquietanti bambini, Kate Siegel matrona ottocentesca Viola Willoughby e Carla Gugino, voce narrante di questa storia di fantasmi… o d’amore a voi la scelta.


Come in The Rime of the Ancient Mariner un Old Man racconta la sua storia ad un matrimonio, Jaime (interpretata da Carla Gugino) introduce lo spettatore alla storia; come una presenza fuori dal tempo si presenta silenziosamente al pranzo di vigilia di due sposini e qui, davanti un camino, racconta una storia inquietante: “E se un bambino fa più effetto, un altro giro di vite, che ne dite di due?”, richiamando la curiosità degli ascoltatori (nella serie e dietro lo schermo). Che il regista abbia voluto creare una sorta di senso conviviale con lo spettatore? Se davvero questo è stato il suo intento, il risultato lo soddisfa, dal momento che realmente si aspetta la fine di ogni puntata nella speranza di cogliere dettagli di una storia complessa ricca di suspense.


Sicuramente la trama di per se non manca degli elementi più classici delle storie di fantasmi, di quelle raccontate con torcia puntata sotto il mento durante un pigiama party. Abbiamo uno scenario perfetto: una grande tenuta antica e isolata immersa nel verde (riecheggiano la Radcliffe e Walpole), un laghetto sul quale aleggia perennemente una fitta nebbia, un pozzo abbandonato, una cappella isolata con cimitero, un’ala proibita da non visitare. Popolano questo idilliaco paesaggio inglese personaggi sinistri e bizzarri: la governante Hannah immersa nella sua spiritualità, Danielle che accusa attacchi di panico provocati dalle sue visioni, e soprattutto loro, i due bambini orfani: Flora dallo sguardo perennemente perso e disorientato e Miles dagli strani comportamenti, indiscussi protagonisti di questa serie pregna di malinconia.


Malinconia e tristezza sono forse le emozioni che vengono percepite di più in questa stagione che mette da parte completamente l’elemento spaventoso. La presenza dei fantasmi in quanto figure spettrali che popolano la casa, rispetto ad Hill House, passa in secondo piano, non c’è vero e proprio terrore (e di questo ammetto esserne rimasta delusa). I veri protagonisti sono i fantasmi del passato (mi scuserete per questo scontato gioco di parole), che siano storie d’amore tormentate o traumi; quello a cui si assiste con Bly Manor è la messa in risalto dei sentimenti come amore, rimorso o vendetta. Sono tutte storie che vengono raccontate gradualmente. Le prime 5 puntate risultano lente, ma faranno sì che lo spettatore si ambienti tra i corridoi di questa immensa casa ed entri in empatia con i personaggi che vi abitano. Poi lo stacco risulterà netto, le ultime 4 puntate sono un tripudio di visioni ed eventi contorti, uno “scivolare” continuo tra immagini ed epoche diverse, che esaustivamente non lasciano buchi di trama in nessuna storia raccontata (è da apprezzare l’utilizzo del montaggio delle scene in questo caso).


Scostandoci dalla time line totalmente diversa dal libro, sembra che la serie voglia ricalcare le vecchie dinamiche dei primi romanzi gotici, ciò che vediamo non è horror, ma gotico allo stato puro. Delle story line dove davvero la paura è solo un espediente, un monito dato ai personaggi (come allo spettatore) per analizzare il proprio mondo interiore. Così come le statue di cera del tra le pagine di I misteri di Udolpho erano espediente per far rimuginare Montoni sulle le proprie colpe; qui la paura, i fantasmi, la stessa storia in sé risulta essere una continuo rimembrare. I fantasmi sono nascosti (anche nelle inquadrature) come risultato di una ingiustizia che si protrae di secolo in secolo, il semplice raccontare questa storia (lo si vedrà alla fine) è un rito di speranza che non conosce confini umani ne temporali.


Lo spettatore continuerà fino alla fine a porsi la stessa domanda: dove sta il bene dove sta il male? (SPOILER) Scoprirà che questo confine è inesistente quando si parla di sentimenti, poiché paura e amore sono due sentimenti interconnessi, soprattutto quando questi vengono vissuti a pieno. Sei sono le story line, sei storie d’amore viste da ogni angolazione: il tradimento, l’insoddisfazione, il possesso morboso, la timidezza, la tenacia, ed infine il sentimento vero e puro, piacevolmente incarnato nella storia di una coppia omosessuale che vive liberamente una fantastica storia d’amore in un tempo storico (anni '80) ancora scettico.


Si potrebbe dire che Bly Manor è una serie ricca di sentimentalismi contornata da molti cliché horror: due bambini orfani inquietanti, una casa delle bambole popolata da sinistri pupazzetti di pezza, una donna del lago iraconda, un antefatto ambientato nel 1800, una maledizione lanciata sulla tenuta ed i suoi abitanti: chi muore a Bly rimane lì per sempre…Ryan Murphy aveva anticipato abbastanza i tempi con al prima stagione di American Horror Story: Murder House.


In conclusione: è un titolo sicuramente valido. Si nota molto la matrice narrativa, o meglio, l’impronta letteraria dalla quale attinge. La fotografia e la regia sono l’elemento portante e caratterizzante, i toni scuri rendono il tutto magnificamente gotico; sull’interpretazione non c’è da discutere poiché ogni personaggio è ben reso grazie all’abilità degli attori, la trama è avvincente e struggente allo stesso tempo, ogni elemento rende quindi questo titolo adattabile ad una grande varietà di pubblico, dai deboli di cuore ai cuor di leone. Niente altro da aggiungere se non che The Haunting of Bly Manor è sicuramente nelle sue caratteristiche “perfettamente splendido”.


Curiosità: strano che la stanza d’ostello dalla quale esce Danielle sia la numero 217. Mark Flanagan ha nostalgia dell’Overlook Hotel? Inevitabile pensare a Stephen King e The Shining.



Articolo a cura di: Federica Muzzillo