Televisione e realtà

Siamo inclini a pensare che la televisione sia mero intrattenimento, un modo come un altro per trascorrere o ingannare il tempo. In realtà, non è propriamente così: è un mezzo mediante il quale impariamo a percepire e a guardare il mondo; impartisce lezioni agli spettatori che, spesso, accettano in modo acritico e supinamente ciò che viene loro propinato.


In questi giorni, il racconto che maggiormente è stato narrato sui canali della tv pubblica è stato il seguente: giovane donna subisce stupro/molestia e denuncia, ma alla fine si scopre che lei, bugiarda e manipolatrice, ha mentito spudoratamente.

Il messaggio che giunge a chi guarda da casa sarà sempre lo stesso: le femmine sono false; pronunciano frasi intrise di fandonie; si ergono come terribili impostore. Gli spettatori, dunque, saranno portati a credere che, nell’effettivo, tutti i casi di violenze siano stati abilmente messi in scena, architettati dalle migliori strateghe, smaniose di ottenere denaro.

Le statistiche parlano chiaro, però: la percentuale di donne che denunciano è esigua, tante ritirano le loro accuse e il numero di quelle che mentono è molto basso. Sono innumerevoli, quindi, a subire e tacere. Sono tante a non esser credute o, addirittura, a esser definite come esagerate.


La nostra società non riesce a dare un nome a ciò che avviene sistematicamente alle donne. Non riesce a sostenerle come dovrebbe. Tenta, desiderosa di insabbiare gli eventi nefasti, di creare un immaginario collettivo in cui, ancora una volta, si colpevolizzano le donne, le si taccia di aver compiuto nefandezze e si fondano nuovi pregiudizi.

La televisione diventa complice della cultura dello stupro. Come altri mezzi – ad esempio i giornali che, invece di raccontare in modo oggettivo l’ennesimo femminicidio, empatizzano con il carnefice e colpevolizzano la vittima – la tv mette a tacere la voce femminile, svilendola e ridicolizzandola.


Certi atteggiamenti dannosi e obsoleti da parte di televisione e giornali non vengono messi in atto in modo consapevole: non vi è sempre la volontà conscia di far del male. Sceneggiatori e giornalisti vivono la cultura patriarcale e la gran parte dei pensieri prodotti è indotta da una società maschilista che da secoli ha creato solchi densi di discriminazione. Tuttavia, questo non può e non deve essere una giustificazione per cui compatire e assolvere chi commette atti biechi, bensì deve essere un punto di partenza per migliorare e compiere un’analisi interiore. È necessario porsi al centro di un problema e debellare idee stantie e misogine.


Chi scrive e si rivolge a un pubblico ampio ha il dovere di prestare attenzione ai problemi sociali, dipingerli con pennellate di vero, realizzare un quadro che rappresenti un ausilio giusto e partecipato. Avere un pubblico ampio ci permette di piantare un seme di speranza: gli spettatori e i lettori hanno bisogno di attingere a piene mani da fonti valide e buone e le donne – in modo particolare le survivor – devono essere credute e legittimate dinnanzi agli occhi ostili di chi, spesso, tenta di screditarle.


Se viviamo in una società così chiusa la causa è una sola: non diamo ascolto alle vittime. Se ci fosse la volontà di capire, scevri di giudizio, avremmo una visione del reale diverso.


Articolo a cura di Lorenza De Marco