Pioniere: donne che hanno contribuito alla nostra libertà


Oggi ci sembra (quasi del tutto) normale che una donna possa scegliere cosa fare della sua vita, decidere di seguire le sue aspirazioni e le sue passioni, cominciare a fare un determinato sport, un hobby, una attività per cui è incline, tuttavia non è sempre stato così. Molte delle cose che oggi facciamo senza pensarci più di tanto e che ci sembrano scontate, un tempo non lo erano affatto, e se ora possiamo considerarle naturali è soprattutto grazie a donne coraggiose che hanno sfidato lo status quo per affermare il proprio volere, per seguire le loro aspirazioni, per fare ciò che ritenevano giusto, per essere libere e decidere della loro vita. Vere e proprie pioniere alle quali dobbiamo molto. Conosciamo assieme le storie di alcune di loro.


Roberta Gibb e Kathrine Virginia Switzer

Oggi, se sei donna e vuoi correre una maratona, devi preoccuparti solo di allenarti e tenerti in forma, ma fino ai primi anni Sessanta non era così: alle atlete non era permesso correre assieme agli uomini. Le donne, infatti, venivano considerate inadatte a questo sport, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Un primo, forte segnale lo diede Roberta (Bobby) Gibb nel 1966 quando, durante la maratona di Boston, si nascose dietro ad un cespuglio fino a poco prima che la gara avesse inizio e, al colpo di pistola, si buttò in mezzo alla folla e concluse il percorso in tre ore e venti minuti, davanti a due terzi degli atleti partecipanti. Nonostante la volontà di scardinare un tabù e il forte il sostegno del pubblico, però, la sua gara non venne ufficialmente riconosicuta. Un anno dopo, Kathrine Switzer utilizzò un escamotage per partecipare alla stessa maratona, facendosi iscrivere con le sole iniziali del suo nome in modo da nascondere il suo genere. E così, unica tra 741 atleti, si lancia tra la folla e comincia la sua corsa. Dopo qualche chilometro, però, la giuria scopre tutto e la raggiunge, ordinandole di abbandonare subito la gara. Il direttore, dopo aver visto che le sue minacce erano inutili, scende dall’auto e la strattona, nel tentativo di bloccarla fisicamente e di strapparle via il pettorale numero 261, ma Kathrine non si lascia intimorire e prosegue, terminando il percorso in quattro ore e venti minuti. L’evento epocale viene riportato da tutti i giornali, ma è solo nel 1973 che sarà permesso alle donne di iscriversi e correre regolrmente alle maratone.


Alice Guy

Probabilmente il suo nome è sconosciuto ai più, ma Alice Guy è la prima regista di film fiction in assoluto. Rimossa per tantissimo tempo dalla storia del cinema, solo negli ultimi anni sta cominciando a conquistare il posto che le spetta tra coloro che hanno contribuito alla nascita del cinema come lo intendiamo oggi. Alice Guy era la segretaria di un imprenditore francese che operava nel campo della fotografia quando, proprio assieme al suo capo Gaumont, partecipò alla prima mostra dell’invenzione dei fratelli Lumière: il cinematografo. Gaumont era interessanto ad industrializzare l’invenzione, ma Alice ebbe un’idea ancora più interessante e temeraria: registrare delle storie inventate appositamente per il cineatografo e farle vedere ad un pubblico in cambio di un pagamento. Siamo alla fine dell’Ottocento ed è appena nato il cinema. Gaumont accettò la proposta di Alice, la quale divenne di fatto la prima regista della storia, a patto che continuasse a svolgere anche il suo ruolo di segretaria. La prima opera realizzata si intitola La fée aux choux, è del 1896 e dura un minuto e mezzo. La novità creò scalpore e fece parlare di sé, così vennero commissionati altri lavori. Alice scrive, gira, si occupa della supervisione di scene, attori e costumi, del montaggio e insegna personalmente il mestiere ad altri registri. Nell’arco di un decennio realizza più di cento pellicole appartenenti a diversi generi e tra i quali compaiono anche i primi lungometraggi (della durata di una trentina di minuti).


Nellie Bly

Elizabeth Jane Cochran, vero nome di Nellie Bly, è stata la giornalista che ha fondato il genere del giornalismo di inchiesta sotto copertura, ma non solo: è anche la prima donna ad aver fatto il giro del mondo in solitaria, completandolo in 72 giorni, sulla scia del romanzo di Jules Verne.

Dopo aver scritto una lettera di protesta riguardo un articolo pubblicato su un editoriale, Elizabeth venne notata per il suo stile dal direttore, pensando fosse un uomo, la invita per offrirle un lavoro. Al momento dell'incontro e una volta svelata la verità, la giovane donna deve insistere e convincere il direttore a darle comunque il lavoro: nasce così Nellie Bly, nome di penna usato dalla redazione per non rendere chiaro che a scrivere fosse una donna, dato che all'epoca non era opportuno assumere una giornalista. Bly scrisse molti articoli di denuncia sulle condizioni di lavoro delle donne nelle fabbriche e sulle discriminazioni subite dalle più povere, ma i finanziatori del giornale per cui scrive non potevano accettare questa cattiva pubblicità a danno delle imprese della città, e fecero pressione affinché Bly si dedicasse ad altro. La gionalista però non lo accettò e decise di spostarsi a New York. Qui contatto il quotidiano New York World, proponendo un progetto rivoluzionario: vuole fingersi pazza e farsi portare in un noto manicomio femminile per realizzare un'inchiesta sulle condizioni in cui vivono le malate internate lì. Ottenne il posto e il lavoro che ne derivò suscitò un grande scandalo, tanto che lo Stato fu costretto ad intervenire per migliorare la condizione delle malate e far riacquisire loro una dignità umana. È così che nacque il giornalismo sotto copertura, e da lì in poi Cochran scrisse numerose inchieste, fino a quando decise di avventurarsi in una nuova sfida: battere il record del protagonista de Il giro del mondo in ottanta giorni. Così partì, tra lo stupore e l'interesse generali, e mentre scriveva report e descriziondi di viaggio, riuscì a compiere l'impresa.


Franca Viola

"Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce". Queste sono le parole di Franca Viola, prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore con il suo stupratore dopo aver subito una volenza sessuale. Fino al 1981, infatti, la legge italiana scagionava lo stupratore nel caso in cui avesse sposato la vittima. E dal momento che subire una violenza veniva considerata una vergogna e avrebbe condananto la vittima a "restare zitella", la violenza terminava sempre con le nozze. Ma non questa volta: Franca si oppose, rifiutò di sposare il suo stupratore e diede inizio al processo, nonostante le pressioni e le minacce ricevute. Il coraggioso gesto di Franca, che ebbe grande risonanza in tutto il territorio nazionale, fece da apripista a moltre altre denunce analoghe e avviò quel lungo percorso che ha portato all'abolizione del matrimonio riparatore, del delitto d'onore e al riconoscimento dello stupro come reato contro la persona anziché come oltraggio alla morale.




Bibliografia:

Dandini, Serena. Il catalogo delle donne valorose, Mondadori, 2018.