No, non ci manca niente!

In quanto donne ricadono su di noi determinate aspettative sin dalla nascita: dobbiamo metter su famiglia e fare bambini (bambini, non bambinǝ, e possibilmente un maschio e una femmina); dobbiamo imparare a cucinare e a mantenere la casa in ordine in vista del matrimonio; dobbiamo essere pazienti, serie, sobrie e fedeli; tra le tante cose, dobbiamo essere attratte dagli uomini e trovare il nostro uomo, quello che, stando al nostro fianco, ci renderà davvero donne. Visto che ormai “siamo emancipate” e ci hanno concesso pure il diritto di studiare e di lavorare, quanto meno che si studino materie umanistiche e che si intraprenda una carriera lavorativa facilmente conciliabile con la vita privata, senza spostarsi troppo e senza fare turni “strani”.


Ebbene, non tutte riusciamo a muoverci dentro questi schemi senza sentirci mancare l’aria e in molte, in un modo o nell’altro, ci sottraiamo a queste imposizioni sociali e tracciamo il nostro percorso di vita ascoltando semplicemente noi stesse. Eppure, se da un lato assecondiamo le nostre aspirazioni o semplicemente la nostra natura, perseguendo dunque la libertà a cui abbiamo diritto, dall’altro siamo sempre richiamate all’ordine patriarcale, visto che ci scontriamo ogni giorno con domande irriverenti e siamo chiamate a dar conto delle nostre scelte e del nostro modo di essere.


Per la narrativa in cui siamo immersǝ, secondo cui una donna è incompleta finché non si accompagna con un uomo, una delle deviazioni più lampanti è il vivere appieno la propria omosessualità. Riprendiamo qui la teoria di Monique Wittig, la quale afferma che il sesso è una categoria politica che ha a che vedere con la divisione binaria dell’umanità a fini riproduttivi, vale a dire che i concetti di “uomo” e “donna” sono categorie politiche naturalizzate per servire il contratto eterosessuale, mandato socioculturale che garantisce la divisione dell’umanità in due, e solo due, gruppi di persone. Il sesso non è solo qualcosa di biologico, bensì un prodotto costruito culturalmente. Essere donna, quindi, prevede necessariamente essere attratta sessualmente e affettivamente dagli uomini[1]. Senza addentrarci nella questione spinosa sollevata da Wittig affermando che le lesbiche non sono donne, è innegabile che non scegliere la compagnia di un uomo rappresenta un elemento di rottura con l’eteronormatività e con uno degli step ritenuti necessari per essere considerate pienamente donne. Infatti, essendo relegate in una condizione di subordinazione rispetto agli uomini, la credenza comune è che non possiamo vivere senza l’appoggio di un uomo al nostro fianco. Anche dal punto di vista sessuale non siamo ritenute complete finché un uomo non “ci fa sue”. Banalmente, le domande pressanti sul come viene vissuta la sessualità tra due donne altro non sono che il riflesso di una società fallocentrica che non concepisce il pieno appagamento in assenza del corpo maschile.


Ebbene, se come donne siamo chiamate a rispondere a certe aspettative, come specie umana siamo chiamatǝ a condurre una dieta onnivora, che comprenda proteine di origine animale, come prevede il contratto antropocentrico che regola i rapporti tra specie sul nostro pianeta. Di nuovo, sottrarsi a questo mandato è una presa di posizione non indifferente, che ci pone dall’altro lato: lǝ stranǝ; lǝ estremistǝ; quellǝ con cui non si può fare un aperitivo in pace; quellǝ per cui si deve cercare un locale che abbia almeno qualche alternativa, “sennò cosa mangiate?”. Eliminare i prodotti di derivazione animale dalla propria tavola sembra non essere una questione personale, bensì sociale, politica. E per fortuna, aggiungerei. Siamo tuttǝ interconnessǝ e ogni nostra azione o scelta ha ripercussioni sull’ambiente intorno a noi. In questo caso, però, l’interesse che lǝ veganǝ accendono in persone terze tende a rivelarsi un’arma a doppio taglio: se da un lato permette di portare alla luce una questione di subordinazione e oppressione tanto normalizzata da non essere minimamente percepita dalla maggioranza, dall’altro attrae forme di scherno, umiliazione e denigrazione che vanno dalle più banali battute a commenti altamente offensivi.


Comune denominatore della risposta esterna al rifiuto dellǝ singolǝ di partecipare alla macchina industriale basata sullo sfruttamento di altre specie è l’idea di rinuncia, di un qualcosa che manca. Un pasto privo di proteine di origine animale non viene percepito come un pasto completo. Per il pensiero comune, i cereali sono il primo piatto, le verdure e i legumi sono un accompagnamento, ma la vera sostanza al pasto viene conferita dalla carne: se togli quella non ti sazi, non ti stai nutrendo correttamente, il tuo pranzo o la tua cena sono incompleti.


Carol J. Adams, in The Sexual Politics of Meat, traccia un parallelismo tra le donne e i prodotti di origine vegetale, riconoscendo che, così come le prime si trovano in una posizione di subordinazione in un mondo prettamente maschile e maschilista, allo stesso modo i prodotti di origine vegetale, da sempre associati al mondo femminile, sono considerati di serie B in confronto alla carne, alimento imprescindibile sulla tavola di un uomo. Di conseguenza, così come nella società patriarcale si ritiene che una donna non possa farcela da sola, allo stesso modo i prodotti di origine vegetale non sono ritenuti abbastanza, da soli, per formare un pasto completo[2].


Se analizziamo la risposta al lesbismo e al veganismo è impossibile non notare quanto, in entrambi i casi, la maggiore preoccupazione dell’udienza riguardi proprio la mancanza di qualcosa; mancanza che viene immaginata come dolorosa. Effettivamente, sono all’ordine del giorno battute, derisioni o insinuazioni come “Sei lesbica perché non hai provato un vero uomo (come me)” o “Non sai cosa ti perdi”. Altrettanto frequenti sono le domande fuori luogo poste a chi afferma di non mangiare niente che sia di derivazione animale: “Ma non ti manca la bistecca?”, “Come fai senza formaggio?”, “Ma non ti senti debole?”, ecc.


È nostro diritto e dovere sovvertire questa credenza che ci vuole sofferenti perché privatǝ di qualcosa e che affonda le sue radici in una società antropocentrica, patriarcale ed eteronormativa, che vuole prescrivere desideri, voleri e comportamenti assoluti, validi per tuttǝ, prescindendo dalla soggettività di ognunǝ. In entrambi i casi dobbiamo rispondere e far valere le nostre scelte o, semplicemente, la nostra natura. In quanto donne lesbiche dobbiamo reagire all’atteggiamento di superiorità di chi insinua e inficia le nostre relazioni affettive e la nostra sfera intima; in quanto persone veganǝ non dobbiamo soccombere a chi denigra la nostra maniera di alimentarci e, soprattutto, le motivazioni che sostengono la nostra scelta.


È bene ricordare che la nostra non è una rinuncia. Nel primo caso stiamo ascoltando la nostra natura, quindi non ci stiamo privando di niente, bensì ci comportiamo in conseguenza ai nostri desideri. Nel secondo caso, invece, la maggior parte delle volte la decisione di tagliare fuori dal nostro regime alimentare prodotti di origine animale è frutto di un percorso di riflessione, ricerca e approfondimento su una questione dalla quale decidiamo di prendere le distanze. Di conseguenza, l’allontanamento è consapevole e coerente con una varietà di valori che abbiamo interiorizzato. Ecco perché non stiamo rinunciando, ecco perché non ci manca niente. Siamo perfettamente a posto, interǝ e appagatǝ sia a letto che a tavola. Sappiamo cosa “ci perdiamo” ed è proprio perché lo sappiamo che vogliamo “perderlo”.


Non dovremmo dar conto di come viviamo, non dovremmo lasciare che lǝ altrǝ superino certi limiti e si arroghino il diritto di dettare i nostri bisogni. A volte sembra più facile sorridere, “stare al gioco” e non sollevare polemiche. Eppure, le polemiche sono l’unica chiave per smantellare un sistema oltraggioso, ingiusto e discriminatorio. Sbaglia chi fa domande con lo scopo di farci sentire manchevoli, non chi lotta ogni giorno affinché il proprio modo di essere e i propri valori siano percepiti come normali e legittimi e affinché nessunǝ si senta in diritto di giudicare.


Articolo a cura di Luna Angrisano


Note

[1] Cfr. C.J. Adams, The Sexual Politics of Meat: a Feminist-Vegetarian Critical Theory, Continuum, New York 2010 (1990), p. 57.

[2] Cfr. M. Wittig, “On ne naît pas femme”, Questions Féministes, 8 (1980), pp. 75-84.