"Nazifemminista" è un insulto misogino. Ecco un elogio al femminismo impenitente

Nazifemminista è un insulto misogino. Il termine, Feminazi in inglese, è stato coniato da Thomas Hazlett e diffuso e reso celebre dal conduttore radiofonico e giornalista statunitense Rush Limbaugh. Rush Limbaugh è un repubblicano dalle posizioni “conservatrici” (per fargli un complimento): fieramente anti-LGBT+, ha definito l’omosessualità “una pratica antigienica”, ha fatto in più occasioni commenti sierofobici nei riguardi delle persone affette da AIDS/HIV, ha disdegnato e rinnegato l’importanza del consenso nei rapporti sessuali, ha espresso idee razziste, ha negato la veridicità dei dati scientifici circa il cambiamento climatico e, dulcis in fundo, ha promosso (e promuove) ideologie antifemministe. Insomma: è il vicino di casa che tutti vorrebbero.

Ma torniamo al titolo: perché nazifemminista è un insulto misogino? Semplice, perché il “nazifemminismo” non esiste. Se il profilo dell’uomo che ha diffuso il termine non basta a chiarire le ovvie e manifeste connotazioni e intenzioni misogine e sessiste della parola nazifemminista, allora proviamo a pensare a una definizione di “nazifemminismo”: non c’è una definizione, perché nazifemminista possiamo esserlo tutte e nessuna, possiamo esserlo per persone diverse, in momenti diversi, in contesti diversi, per ragioni diverse, con definizioni diverse. Perché nazifemminista è un insulto misogino.

Il numero delle volte in cui sono stata definita nazifemminista non l’ho tenuto a mente: sono una donna femminista che studia e si occupa di femminismo, le cui poche righe di presentazione su instagram recitano “femminista impenitente” e a cui piace parlare di femminismo, nella vita reale e nelle piattaforme a disposizione. Cioè sono, letteralmente, una calamita per i cacciatori e le cacciatrici di nazifemministe. Scherzi a parte, la mia esperienza diretta mi ha portata a capire quanto controverso, infido e ipocrita sia un insulto come questo: fondamentalmente sei nazifemminista quando sei femminista, quando ti discosti da una visione standardizzata dello status quo e non ti senti in dovere di dare alcuna giustificazione. Parlandone con altre amiche femministe, una di loro mi ha detto: “se parlo senza la pretesa di essere ascoltata sono femminista, se parlo perché voglio essere ascoltata e rispettata, allora, per gli altri, sono una nazifemminista”; un’altra amica mi ha raccontato di quando un conoscente le ha detto: “tu per fortuna parli di femminismo in maniera pacata, non sei una nazifemminista”. Effettivamente è successo anche a me che qualcuno pensasse di farmi un complimento dicendomi che “non sono una nazifemminista”: un ragazzo tentò l’approccio su instagram scrivendomi “finalmente una femminista normale, non come le altre nazifemministe”.

Il binarismo che viene a crearsi tra femministe e nazifemministe ricorda molto l’idea maschilista per cui esisterebbero donne di serie A e donne di serie B: “tu non sei come le nazifemministe” suona tanto come “tu non sei come le altre”. Simone de Beauvoir ne “Il Secondo Sesso” spiega bene, e in maniera ancora attuale sebbene siano passati più di settant’anni, come siamo portate a costruirci sulla base dell’idea per cui il nostro primo obiettivo nella vita debba essere quello di sforzarci di piacere, piacere e compiacere: ci facciamo oggetto perché capiamo da subito il meccanismo dell’orologio, e le strutture sociali e culturali ci insegnano a sentirci gratificate, come se fossimo sulla strada giusta, quando veniamo apprezzate per la nostra capacità di restare sempre fedeli allo status quo anche mentre ci ribelliamo. Il “nazifemminismo” non esiste perché quando si tenta di chiedere alle persone che utilizzano tale termine a che cosa o a chi si riferiscono, o in che modo definirebbero questa fantomatica pratica nazifemminista, le risposte sono sempre astratte e diverse l’una dall’altra: c’è chi risponde che le nazifemministe sono “quelle stronze”, c’è chi dice che le nazifemministe “odiano gli uomini”, c’è chi dice che le nazifemministe sono “quelle che hanno ideologie estremiste” o “animate da un pensiero ideologico”; ma “estremismo” che vuol dire? E “pensiero ideologico”? Ancora una volta, tutto e niente.

In "Invisibili", Caroline Criado Perez parte proprio dal concetto di donna in quanto “Altro” dall’uomo studiato e analizzato da Simone de Beauvoir, e traccia le righe dello schema del “maschile universale” per cui, citando Criado Perez, “persino nel nostro mondo iperrazionale guidato da inflessibili supercomputer le donne sono ancora in buona parte il secondo sesso di cui parlava Simone de Beauvoir”: semplificando di molto l’analisi portata avanti da Criado Perez, mi concentro sull’idea di fondo per cui la visione maschile del mondo è quella universale, oggettiva e assoluta, mentre la prospettiva femminile e/o femminista è soggettiva e non razionale, una prospettiva viziata dall’”ideologia”. Riflettendo su questa considerazione, non è difficile capire come mai per molte persone la contrapposizione “femminista vs nazifemminista” sia perfettamente logica e ragionevole: femminista per qualcuno è ancora una parolaccia, una sorta di etichetta che segna l’appartenenza a una casta che ragiona in modo troppo difforme dal pensiero universale maschile (non vi è mai successo che qualcuno vi dicesse “no, io non sono femminista, io sono per la parità”?); il punto di vista maschile, però, è comune a uomini e donne, perché è la lente attraverso cui il mondo è costruito e recepito: di conseguenza, anche il femminismo, così come le donne, deve avere in primis, per l’opinione comune, la funzione di piacere, compiacere, adattarsi alle attuali idee socialmente più accettate, non discostarsi troppo dallo status quo condiviso. Insomma, puoi essere femminista, ma non essere troppo femminista, altrimenti diventi una nazifemminista: il femminismo è accettato nella misura in cui non va a sconvolgere troppo le dinamiche standard a cui siamo abituati, non interferisce troppo con i cambiamenti (assolutamente non radicali) che, a passo di lumaca, si acconsente collettivamente ad accettare, non pretende spazio e tempo, non pretende narrative nuove.

Ma è proprio per questo che il nazifemminismo non esiste: il femminismo non è un’etichetta che ci si appiccica addosso con la scusa della ricerca della parità, perché il femminismo è una filosofia politica, fondata su studi e ricerche, un movimento culturale che ha l’obiettivo di distruggere la società patriarcale in tutte le sue forme e infiltrazioni, una filosofia politica con correnti e sottocorrenti che va trattata come tale, che va studiata, assorbita, digerita; il femminismo pretende narrative nuove, pretende spazio e tempo, vuole sconvolgere le dinamiche sociali standard perché mira a indagarle e distruggerle; il femminismo è impenitente e ostinato e non chiede “scusa” e nemmeno “permesso”; non esiste nulla di vagamente vicino a “un’ideologia femminista estremista” perché l’esistenza di un’ideologia estremista presupporrebbe anche l’esistenza di un pensiero giusto, oggettivo e universale cui essa si contrappone ma così non è, perché il pensiero che ci viene proposto come oggettivo e universale è viziato da secoli di patriarcato e invisibilità di voci e narrazioni che adesso scalpitano e pretendono spazio.

Quindi nazifemminista è solo un insulto misogino usato per silenziare quelle donne e tutte quelle soggettività incorreggibili e difficili che si rifiutano di accettare di dover compiacere, anche nella propria ribellione, l’universalità maschile, che viene spacciata per standard e coinvolge tanto gli uomini quanto le donne. Nazifemminista? No, ma se mi chiami strega non mi offendo.

Articolo a cura di: Chiara Polimeni


Riferimenti citati:


Simone de Beauvoir, “Il Secondo Sesso”, trad. Cantini e Andreose, ilSaggiatore Caroline Criado Perez, “Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano”, trad. Palmieri, Einaudi