La performatività dell'attivismo sui social

L’avvento dei social network e la recente sovranità di Instagram all’interno del mondo cyber hanno favorito una proliferazione di voci ed esperienze in ambito sociale, con la conseguente nascita della figura dell’attivista social. Internet e Instagram sono senza ombra di dubbio mezzi potenti: mezzi di informazione ma anche di aggregazione, strumenti che favoriscono contatto, alleanza, condivisione. Attivisti e attiviste utilizzano Instagram come piattaforma per diffondere istanze di riforma e rivoluzione.

È innegabile, tuttavia, che legare così strettamente i meccanismi e gli algoritmi di Instagram a lotte sociali che sono costate e costano spesso la vita a molte persone può portare a contraddizioni a dir poco ipocrite.

Bastano pochi minuti di scrolling sulla home di questo social per trovarsi di fronte a una marea di contenuti grafici che hanno come scopo quello di informare, argomentare, spiegare, chiarire posizioni, fare call-out, inserirsi all’interno di uno dei tanti dibattiti giornalieri. Infatti, se da un lato un social come Instagram può aiutare a fare squadra, a unire soggettività in collettività contro un dominio che fuori dallo schermo di un cellulare permette ancora troppa poca risonanza, dall’altro è elevato il rischio che chiunque si immerga nella marea di like e commenti inizi a percepire lo spazio virtuale come un palcoscenico su cui esibirsi: l’attivismo diventa una performance.


Per performatività dell’attivismo si intende proprio la tendenza a scivolare verso le rotte dell’ipocrisia e della svalutazione delle istanze di lotta in favore di un tentativo di porsi come singolǝ al centro del discorso online. Troppo spesso, infatti, oggetto di discussione su Instagram non sono tanto questioni relative alle istanze di lotta sociale ma il modo in cui unǝ singolǝ attivista si espone o meno sull’argomento.

La performatività su Instagram non è da condannare: lo facciamo tuttǝ, ognunǝ di noi mostra e si mostra. La performatività diventa condannabile quando, per qualche like e qualche follower, ci si appropria di questioni che non dovrebbero essere performabili, come le dispute, gli argomenti, i temi per cui altrǝ lottano da sempre con le unghie e con i denti.

Qual è il senso di scrivere post che fanno leva sul pietismo in occasione della Pasqua per ricordare quanto è sbagliato mangiare gli agnelli se poi si passa l’altra metà del proprio tempo a far capire esplicitamente quanto poco si conosce la filosofia antispecista? Forse a guidare un’azione simile è la voglia di like, non di fare attivismo.

Perché nascondersi dietro l’idea di voler parlare di tematiche sociali e attuali quando, una volta aperto il profilo da influencer, si cerca soltanto di infilarsi tra le fila dellǝ attivistǝ più famosǝ in cerca di follower e numeri?

Instagram è uno degli spazi che più mi ha aiutato a conoscere, scoprire, imparare; ad avermi guidata, però, non sono state le pagine che si impegnavano a scrivere storie e post sulla polemica sociale del giorno, ma quellǝ attivistǝ che hanno utilizzato e utilizzano i loro spazi per fornire fonti, strumenti, mezzi per conoscere.


Se un social come Instagram favorisce la comunicazione e la diffusione di fonti e strumenti, è tuttavia necessario che la lotta e l’attivismo proseguano anche fuori dallo schermo di un cellulare, lontani dai meccanismi di performatività che si basano sui like e sulle condivisioni.


Proprio qui si è parlato di quanto è importante tenere lontana la lotta dalle intrusioni degli slogan, dei brand, dell'accomodamento sociale fatto di sponsorizzazioni che alimentano la macchina capitalista.

Già un anno fa, invece, Terry Nguyen raccontava qui i rischi dell'attivismo online basato sulla condivisione di slide e contenuti su grafiche: il rischio è, appunto, che questo modo di rendere le informazioni più digeribili per il pubblico finisca per banalizzare l'attivismo, che in questo modo diventa una sorta di palcoscenico in cui la discussione avviene in modo verticale e non, invece, orizzontale, come dovrebbe essere la riforma a cui aspiriamo.


Articolo a cura di Chiara Polimeni