La maschera nell'arte e nella storia: danze, riti e antenati

La maschera, intesa come oggetto prodotto dall’uomo, è uno dei più antichi strumenti usati in svariati ambiti e contesti. Attraverso la maschera l'uomo può "nascondersi", rivelare una doppia identità, partecipare al carnevale, ma può anche entrare in contatto con gli antenati, con l'aldilà. Ogni cultura ha utilizzato le maschere in modi diversi, arrivando ad elaborare oggetti di straordinaria fattura. In questo articolo percorreremo l'uso e le funzioni della maschera dalle origini, approfondendo il modo in cui viene utilizzata in certe culture, in particolare tra alcune popolazioni africane.

L’etimologia della parola è tutt’oggi incerta. Un’ipotesi ne vedrebbe l’origine nel termine màsca del latino tardomedievale, attestato nell’editto del Re longobardo Rotari (643 d.C): “strigam, quod est Masca”; più precisamente, il termine rimandava ad uno spirito ignobile (una strega) che divorava gli uomini. Questo significato è ancora presente in diversi comuni del Piemonte. Il termine talamaska nell'Alto Medioevo significa proprio "persona mascherata". Più specificamente, si intenderebbe una maschera che borbotta e parla in modo strano. L’uso rituale della maschera è attestato sin dal Paleolitico, anche se non in tutte le culture, in particolare per pratiche di magia omeopatica: nelle danze precedenti la caccia, come attestano pitture rupestri rinvenute in Francia e nel Sahara. Ciò spiega come la maschera fosse presente sia in ambito festoso e carnevalesco, sia in ambito folcloristico e religioso. Il termine è stato ripreso anche dai grandi autori Dante e Tasso: il primo propende per il significato di "maschera", il secondo per quello di "spettro". Nell’età antica un importante testimone fu Virgilio: nel secondo libro de Le Georgiche cita, infatti, le maschere come protagoniste di riti agrari presso i romani, quando venivano indossate in onore di Bacco: Mascherandosi il volto, e te con lieti Versi invocano, o Bacco, e del tuo nume A un alto pino attaccano sospese Da un lungo fil le immagini di creta. La funzione e l’uso delle maschere varia a seconda dei contesti storici e delle diverse religioni. Per esempio, le maschere da guerra assomigliavano più a degli elmi ed erano costruite appositamente per incutere paura. Altri esemplari sono più adattabili alla faccia, utilizzando materiali più semplici (spesso rappresentano animali o figure simboliche); elementi molto usati sono legno, cuoio, pelle, corteccia e fibre intrecciate. L’uso rituale e magico, quindi, è fondamentale: nello sciamanesimo le maschere sono utilizzate in riti di iniziazione per impersonare gli spiriti familiari; la maschera funge da medium tra il mondo dei vivi e il mondo degli antenati, un utilizzo molto comune nelle popolazioni africane.

A livello teatrale, in Giappone è molto famoso il teatro Nō del XVI secolo. Qui, i movimenti degli attori sono pochi, stilizzati e appena accennati. Gli attori principali, chiamati Shite, sono i più comuni e indossano la maschera. Si tratta di opere molto affascinanti, nelle quali, benché gli attori non possano utilizzare la mimica facciale, la loro abilità rende comunque possibile far comprendere intenzioni e significati, anche grazie ai giochi di luce che fanno sembrare le maschere dotate di vita propria. In questo caso le maschere possono essere degli strumenti in grado di collegare il tempo mitico delle antiche divinità giapponesi con il tempo presente. Ogni maschera del teatro Nō ha un nome e riveste un ruolo ben preciso. Questa riportata di seguito rappresenta una figura femminile dagli occhi molto profondi, che rivelano uno sguardo magnetico, quasi demoniaco.




Nella Grecia antica la maschera era fondamentale nel culto degli eroi e nel culto dionisiaco. Utilizzate frequentemente in ambito teatrale, spesso le maschere greche tendevano ad essere costruite con materiali plasmabili e leggeri: tessuti di lino macerato e indurito con dei collanti (spesso gli attori le cambiavano in corso d’opera). La maschera comprendeva però anche la parrucca, risultando quindi una struttura compatta, un vero e proprio casco da infilare sulla testa.



Le maschere di molti gruppi etnici dell’Africa sono invece rivolte al mondo dei defunti, volti ad aiutarli a lasciare il mondo dei vivi. Seppur con diverse differenze a seconda del gruppo etnico, le maschere africane generalmente hanno funzioni simili e rappresentano gli antenati mitici o animali totemici. Le creature (spiriti) dei mondi “non-terreni” vengono rappresentate in forme stilizzate, quasi astratte, proprio perché, non conoscendo la vera forma degli spiriti, la rappresentano attraverso la maschera. Va precisato che la maschera africana non è un oggetto a sé stante ma fa parte di tutto un contesto che comprende danza, musica, ritmo e cerimonia. La maschera in Africa viene utilizzata in diversi contesti: nei riti funerari le maschere creano un contatto con il defunto per evitare che possa nuocere ai congiunti; le maschere d’iniziazione sono usate dagli iniziati durante le danze delle cerimonie d’iniziazione. In questi casi diventano oggetti di culto a cui si fanno offerte e talvolta sono ricoperte dal sangue dei sacrifici. Le maschere hanno anche una funzione sociale ben precisa e sono utilizzate nelle “società segrete”, associazioni in cui si riuniscono gli uomini per svolgere attività comunitarie, talvolta vere e proprie corporazioni. Queste società sono spesso caratterizzate da soli uomini; i loro riti e le loro attività sono coperti da grande segreto, vietato agli altri membri della comunità. Alcune maschere vengono usate in riti agricoli in cui si richiama il supporto della divinità per un buon raccolto, altre vengono utilizzate solo in cerimonie pubbliche come caccia rituale o riti d’investitura dei capi. Le maschere hanno dei tratti molto marcati e il viso è sempre rivolto in avanti; gli occhi profondi e l’espressione fissa devono rimandare ad una possessione spirituale. Il viso umano è il soggetto più frequente. La maschera sottostante, della popolazione Baulé (Costa d'Avorio), rappresenta spesso visi femminili con tratti regolari.





Le maschere possono anche rappresentare degli animali. In questo caso si riscontrano dei tratti comuni: il bufalo con piccole corna è l’emblema dello stregone, un altro animale con le corna (come l’antilope) è legato alle cerimonie d’esorcismo e d’invocazione attraverso il culto delle divinità e degli antenati.

La maschera sottostante, denominata Nyanga, della popolazione Bobo (Burkina Faso), è un esemplare affascinante di maschera zoomorfa. La fronte è bombata (simbolo di saggezza), l’oggetto è ricoperto di motivi geometrici, il muso è incurvato in avanti. Secondo alcune fonti incarna Dwo, figlio del creatore Wuro, mentre secondo altre rappresenta l’antilope Nyanga, che un giorno salvò l’antenato fondatore del clan.


La maschera è e rimarrà sempre uno degli strumenti privilegiati per esprimere non solo la propria storia, ma anche ideali, valori e significati. Ogni cultura, anche quella italiana attraverso il famoso carnevale veneziano, ha prodotto oggetti di meravigliosa fattura, presenti tutt'oggi nel folclore popolare.


Articolo a cura di Giulia Arcoraci


Bibliografia: C. Ortu "Maschere del mondo", ilmiolibro, 2012. E. Bassani, Arte africana, Skira, Milano 2012. M. Cavalli, Lo spettacolo nel mondo greco, Bruno Mondadori, Milano 2008. M. Zeami, Il segreto del Teatro Nô, Biblioteca Adelphi, Milano 1966.