L'industria del latte è una questione femminista


Fino a poco tempo fa il pensiero di arrivare a definirmi vegana-antispecista sembrava talmente lontano e astratto da farmi subito ritirare nella retorica del “non sarò mai così estremista, amo gli animali ma...”, come se impegnarsi su tutti i fronti per la liberazione totale potesse essere un difetto, una colpa indelebile da cui è difficile sfuggire appena le dai un nome. Pensarci ora mi fa quasi sorridere, perché le tappe della mia rinascita di vegana antispecista radicale somigliano tanto a quelle della riscoperta del femminismo, o meglio, della totale adesione ai principi del transfemminismo inclusivo, senza barriere o clausole restrittive, perché ogni lotta conta e la lotta siamo noi.

Ripensando al percorso di formazione di qualunque persona femminista è facile riconoscere il momento di iniziale negazione, la paura titubante nell’esporsi come parte di “quel gruppo”. Riconoscersi femministə, quella brutta parola usata per zittire, umiliare, dividere chi crede nei principi di uguaglianza ed inclusività. Femminismo per chi nasce con la vagina, femminismo per chi non “vende il proprio corpo”, femminismo per donne bianche annoiate, femminismo per le zecche rosse ribelli... femminismo come condanna, come accusa d’odio rivolta a chi di odio ne ha ricevuto troppo. Femminismo che divide chi ha bisogno di un fronte comune. Se lo dicono di te, allora giustamente tu te ne vergogni e prendi le distanze. Come lo stereotipo della figlia ribelle che si allontana dalla madre per poi ritornare tra le sue braccia quando il mondo la ferisce, eccoci anche noi che, dopo aver rifiutato la maternità del femminismo, ritorniamo ad attingerne alla fonte. Pensare all’antispecismo come lotta valida da affiancare alle istanze femministe può essere, a primo impatto, troppo radicale e irrealizzabile. Lo vediamo lontano dalle nostre battaglie, dunque incompatibile con le nostre vittorie. Questa è indubbiamente solo la prima reazione ad una parola che da sola può dire tutto e niente. Come movimento storico, il femminismo è rivendicazione del diritto all’autodeterminazione dei corpi, alla totale libertà di esistere senza colpe innate, e al raggiungimento dei mezzi per l'autorealizzazione. È La rivolta contro l’eterocispatriarcato che ci vuole mercificare, zittire e sfruttare. L’antispecismo affronta tutte le contraddizioni economico-sociali imposte al binarismo di genere uomo vs donna, ma le amplia al fittizio concetto di specie, cercando di distruggere il dualismo piramidale che coinvolge e sottomette gli animali non umani alla volontà di potenza degli animali umani.

Ecco una mini analisi più dettagliata sul perché il femminismo debba supportare l’antispecismo e lottare per la liberazione di tutti i corpi dalle catene del patriarcato e del capitalismo, che vedono la dignità animale (sia essa umana che non umana) sottomessa all’uomo e/o al profitto. “Giù le mani dal mio latte” è uno degli slogan più frequenti nell’ambiente vegano, usato sia per porre l’attenzione su una delle industrie più sanguinolente e terribili della cosiddetta agricoltura animale, sia per far entrare in empatia l’eventuale ascoltatore con i veri innocenti: i cuccioli. PETA (People for the Ethical Treatment of Animals, organizzazione per i diritti degli animali a cui dobbiamo le più grandi vittorie in ambito animalista, ma i cui pilastri etici presentano diversi aspetti problematici) nel suo sito ha una pagina interamente dedicata all’industria del latte in cui spiega i 18 motivi per cui gli animali umani non dovrebbero mai nutrirsi del latte di altri animali. Diciotto motivi sembrano tanti per cui di seguito riporterò soltanto i tre

principali:

1. Mucche, pecore, asine o donne: tutte producono latte attraverso il cosiddetto processo di lattazione, processo per l’appunto fisiologico. Le pubblicità di tutti i marchi di produzione casearia usano immagini rassicuranti di mucche che pascolano serene in immense distese verdi e vengono amichevolmente munte da un contadino gentile: quanto siamo consapevoli del fatto che stiamo assistendo ad un’assoluta deformazione della realtà? Una mucca produce latte solo nel momento in cui una gravidanza ne innesca il processo fisiologico. A ciò va aggiunta la consapevolezza che nella maggior parte dei casi la suddetta gravidanza sia il risultato di una fecondazione forzata avvenuta in maniera artificiale. Il corpo delle mucche viene privato di qualsiasi forma di autonomia e trasformato in una macchina industriale, portato allo stremo e abbattuto nel momento in cui le prestazioni iniziano a calare. Completamente deindividualizzate, le mucche diventano un mero oggetto nelle mani dell’industria. Anni di lotte femministe ci hanno vistə lottare per il diritto sui nostri corpi e la piena facoltà delle sue funzioni, perché dovrebbe essere diverso se il corpo in questione è quello di un animale non umano?


2. Nel processo industriale della produzione del latte non sono solo le mucche ormai stremate le uniche a perdere la vita come risultato diretto della diminuzione del loro valore economico, spesso sono gli stessi cuccioli a pagarne il prezzo più alto. Nel giro di tre giorni dalla loro nascita, i vitellini vengono allontanati dalle madri per evitare una perdita di latte, che altrimenti non potrebbe essere destinato alla vendita. Neppure il simpatico contadino del Trentino che ama le sue mucche come fossero delle figlie è esente dalla barbarie che vede ogni anno migliaia di madri separate prematuramente dai loro cuccioli, poiché allattarli porterebbe a gravi perdite economiche. Il latte delle mucche diventa un prodotto alla stregua di un paio di pantaloni o un gilet: una funzione fisiologica ideologicamente separata dal corpo che l’ha prodotta per essere mercificata al fine di dare guadagno e piacere a noi animali umani.

Perché è facile immaginare migliaia di mucche costrette a pompare latte per giorni, relegate in spazi angusti e in condizioni terribili, ma impossibile per noi pensare che lo stesso principio possa essere applicato alle donne, o ancora peggio ai nostri amati cani o gatti (fermo restando che tanto gli animali domestici tanto quelli destinati all’industria alimentare siano vittime dello specismo)?

In una società che ci ha insegnato a considerarci l’apice della piramide alimentare è difficile riconoscerci animali come tutti gli altri: la differenza tra una donna, una mucca e un cane non è una differenza assoluta di valori innati, ma una scala di attribuzione scelta da noi. Siamo noi a decidere e i metri di giudizio ruotano attorno al profitto che ricaviamo dallo sfruttamento di risorse che non ci appartengono: i cani hanno il dovere di farci sentire meno soli, le mucche quello di rendere gustosa la lasagna a Natale o cremoso un cappuccino.


3. Se il trauma dell’abbandono e il dolore della separazione non fosse già una motivazione abbastanza forte per tenere “giù le mani dal loro latte”, ecco cosa succede subito dopo. Il futuro che spetta ai vitelli è ovviamente deciso dal loro genere: le femmine, separate dalle madri, vengono isolate, sottoposte alla pratica dolorosissima del taglio delle corna e poi usate per rimpiazzare le loro madri nella produzione di latte; i maschi vengono uccisi dopo pochi mesi di vita. Facilmente reperibili nel reparto frigo di qualsiasi supermercato, a volte in offerta.


Ribellarci contro l’industria del latte è una questione femminista, è la lotta di chi vuole dire basta ad una società che crede di poterci stuprare, toglierci i nostri cuccioli e trarre profitto dal nostro corpo. Riconoscere e dare un nome alle ingiustizie che ogni giorno si verificano tanto negli allevamenti intensivi quanto nelle piccole fattorie (che, seppure fortemente idealizzate, sono ugualmente crudeli) è il minimo che possiamo fare. Giù le mani dal mio latte, giù le mani dal mio corpo. Il corpo è mio e lo gestisco io, il latte è mio e lo gestisco io. Ecco per cosa stiamo lottando.

Articolo a cura di: Debora De Simone

Approfondimento: https://www.peta.org/features/dairy-industry-cruelty/