L'impegno del movimento "Mi riconosci?" per i lavoratori del settore dei beni culturali

Il collettivo "Mi riconosci? Sono un professionista nei beni culturali" nasce nel 2015 ad opera di un gruppo di studenti che desidera sottolineare le criticità di un settore lavorativo fin troppo trascurato e mal gestito, ma non solo: l'obiettivo è valorizzare i titoli di studio dei beni culturali (e annessi) per facilitare l'ingresso nel mondo del lavoro.

Non è una "novità" che il settore lavorativo dei beni culturali renda tremendamente ostica la vita degli aspiranti laureandi del settore, l'attuale sistema di assunzioni e il modo in cui vengono gestite le varie istituzioni del settore portano a gravi forme di sfruttamento, soprattutto attraverso un terribile uso di stage, concorsi e anche di forme di volontariato. Molto spesso i lavori all'interno dell'arte vengono "etichettati" come attività di volontariato, perché? Perché è diffusa l'idea che gli specialisti nell'arte valgano "meno" rispetto agli specialisti di altri settori (economia, ingegneria, informatica), quindi perché pagarli? Se ami l'arte, la diffondi e conservi gratis, no? Purtroppo questa è una retorica tipicamente italiana che si è diffusa e ha attecchito nella mentalità di molti italiani da diverso tempo, soprattutto vedendo istituzioni come il FAI che promuovono il volontariato a discapito del lavoro di persone che hanno studiato dai tre ai cinque anni per lavorare nel settore.



Il movimento "Mi riconosci?" incarna il pensiero e lo stato d'animo di migliaia di studenti e specialisti del mondo dell'arte, non è un caso che abbiano ricevuto molto consenso già nel 2016 attraverso il "Patto per il Lavoro culturale" che voleva illustrare la possibilità di risolvere le criticità prima descritte, attirando l'attenzione di diversi quotidiani italiani. Inoltre nel 2018 il movimento si rivolge alle forze politiche per una proposta sulla regolamentazione del volontariato culturale, purtroppo questa proposta non ha avuto seguito concreto. Incontrarono anche la dirigenza del FAI prima citato per concordare degli impegni che però non sono stati rispettati dall'Istituzione, continuando a sminuire il lavoro e la professione degli specialisti dei beni culturali. Nel 2019 raccolsero diverse testimonianze per denunciare problematiche forme di sessismo nel settore oltre che di sfruttamento lavorativo.


Tra le proposte più interessanti vi è il "Sistema culturale Nazionale": questo vuole coordinare in una prospettiva di collaborazione le istituzioni culturali del Paese per promuovere una crescita sociale e culturale del territorio nazionale, basandosi sul principio del diritto alla cultura aperto a tutti.

Prendendo direttamente dal loro sito: "Nel pratico, ciò si baserà, in modo non dissimile dal Servizio Sanitario Nazionale, sull’istituzione di standard minimi e livelli essenziali che ogni istituto culturale facente capo al Sistema Culturale Nazionale e ogni ente locale sarà vincolato o stimolato a rispettare e fare propri, standard minimi che avranno carattere territoriale oltre che di singolo istituto [...] Servirà una pianificazione degli investimenti per la valorizzazione del patrimonio culturale diffuso, al servizio della comunità". Per rendere possibile tutto questo è necessario quindi un "Fondo per il Sistema Culturale Nazionale" regolamentato nel suo utilizzo.

A primo impatto può sembrare quasi "utopia", eppure - se solo ci si impegnasse - questi progetti potrebbero tranquillamente realizzarsi, così come altri paesi dell'Europa (già da molti anni) riescono a valorizzare molto meglio il loro settore culturale e museale. Infine, con lo scoppio della pandemia di Covid-19 si sono aggiunti nuovi impegni e obiettivi che il movimento vuole cercare di portare avanti.


Passando quindi all'attuale situazione pandemica, va segnalata un'importante analisi di dati effettuata dal movimento: "Cultura e lavoro ai tempi del Covid-19". Questa raccolta non mostra dati rassicuranti, tutt'altro. Il campione preso in considerazione è stato piuttosto omogeneo e ha visto coinvolti più professionisti: turismo (aderente a più settori), spettacolo e patrimonio culturale (bibliotecari, archeologi, archivisti ecc), geograficamente il maggior numero di risposte è arrivato dalle seguenti regioni: Lazio, Lombardia, Toscana, Veneto, Campania. Tra le conclusioni più allarmanti dell'inchiesta troviamo l'estrema situazione di precarietà e insicurezza in cui versano i lavoratori: moltissimi hanno risposto di non poter resistere più di due mesi nelle attuali condizioni, altri addirittura non resisterebbero neanche un mese. Un settore estremamente precario riguarda coloro che hanno partita IVA e, quindi, il settore turistico, questi lavoratori hanno denunciato in maggior numero una situazione ben più grave di chi lavora nel patrimonio culturale (quindi dipendenti statali o anche privati a cui possono essere concesse almeno delle minime forme di tutela). Oltre a quest'inchiesta il movimento ha proposto anche un modo migliore per utilizzare i fondi del Recovery Fund richiesti dal MiBact, organizzando poi una manifestazione il 16 dicembre 2020 chiamata "Non è tempo libero" ma "il tessuto vivo delle nostre città" e non potremmo essere più d'accordo.


Un impegno lodevole che denota come molti giovani studenti e lavoratori dei beni culturali credano nella funzione formativa e sociale del patrimonio culturale italiano, molti pensano che per noi sia meglio cambiare paese per lavorare in questo settore (la famosa "fuga di cervelli" è un fenomeno italiano molto rinomato) eppure molti di noi decidono di stringere i denti e continuare a combattere per difendere le bellezze e la memoria storica del nostro territorio e i loro lavoratori. Idealisti e sognatori? Forse, ma non ci tiriamo indietro.


Per approfondire i risultati e i dati dell'inchiesta svolta dal movimento (oltre ai loro articoli e analisi statistiche) rimando al seguente link del loro sito: https://www.miriconosci.it/inchiesta-cultura-lavoro-covid-19/