Inclusione VS Integrazione

Discutere sull’uso della terminologia lo trovo decisamente di cattivo gusto, infatti lungi da me lo scrivere questo articolo a mo’ di correzione lessicale. Spesso questo genere di discussioni finisce per avere i toni e le stesse finalità di una maestrina della scuola primaria, e dato che effettivamente quello è il mio impiego attuale, preferirei non confermare questo stereotipo. Vi vedo già, perplessi davanti lo schermo, a pensare a quanto già queste prime righe cozzino con la natura stessa dell’articolo e anche con quella dei siti di informazione in toto, quesito giustissimo cui risponderò successivamente*.


L’eccezione che mi porta a discutere di questo argomento è in realtà una questione molto interessante, dato che la differenza tra i due termini ha segnato un cambio di visione globale nelle scienze sociali e dell’educazione applicate. Questa diversa tonalità di sfumatura a volte sfugge anche agli addetti ai lavori, e non è evidenziata esclusivamente dall’utilizzo intercambiabile dei due termini (altrimenti non avrei scritto proprio questo articolo), ma spesso anche nella pratica applicata nelle nostre scuole, nelle nostre università e in altre realtà sociali che in teoria dovrebbero dare il buon esempio alle realtà meno “istituzionali”, siano esse dei centri di ritrovo per giovani, oppure dei gruppi votati all’inclusione, come le associazioni per la tutela dei diritti di persone disabili, gruppi etnici e persone queer. Perfino in alcune parti della legislazione italiana, in realtà, si sono ritrovate incongruenze non solo meramente lessicali, ma che celavano una confusione sulla direzione generale in cui concretizzare il principio di pari opportunità sancito dalla Costituzione. Caso esemplare la Sentenza della Corte Costituzionale numero 215 del 3 giugno 1987, con la quale una singola, temeraria famiglia romana riuscì a far riscrivere tutta la normativa al periodo vigente sulla tutela del diritto allo studio, che passò dall'ottica del "facilitare" la frequenza scolastica all'ottica del "garantire".


Integrare deriva dal termine latino intĕger, che significa intero, e indica l’aggiunta di un elemento nella sua interezza, precedentemente esterno nel gruppo originale, al fine di migliorarlo.


Includere invece deriva da inclùdere, che è la fusione di “in” + ”claudere”, letteralmente “chiudere dentro”.


A primo acchito la seconda sembra indicare l’imposizione di un sequestro di persona, ma in realtà una volta che si va a meditare attentamente sul focus dell’azione si capisce subito perché nelle scienze dell’educazione si è preferito passare al secondo termine, cambiando sostanzialmente l’intero approccio verso la diversità. Integrare sottintende un’aggiunta che abbia come priorità il mantenere la diversità “intera”, immutata, e in un certo senso, isolata, all’interno del gruppo. L’inclusione, a differenza dell’integrazione, prevede invece un processo di accomodamento che sposta leggermente il focus dell’intervento sul contesto, che ha come fine la sintesi tra l’ambiente di arrivo della diversità e la diversità stessa, creando così un arricchimento proficuo, e gettando le basi per la nascita di una relazione vera tra le parti coinvolte.



P. Sandri, Scuola di qualità e inclusione, Università di Bologna



A questo punto, per far capire meglio la differenza tra i due approcci, si potrebbero fare degli esempi. Inserendo in una scuola italiana un nutrito gruppo di bambini appartenenti a famiglie di credo musulmano, offrendogli un’alternativa in mensa per evitare la carne di maiale nei giorni nei quali capita nel menù, è fare integrazione. Iniziare un percorso con dei mediatori culturali già prima dell’arrivo del nuovo gruppo etnico e offrire a tutti i bambini due scelte sulle portate della mensa, invece, è fare inclusione. È più difficile? Certo, ma nessuno dovrebbe aspettarsi l’inclusione come una formula magica che basta scrivere su un documento o professare durante una conferenza per creare un clima aperto alla diversità. Anzi, obiettivo di questo articolo è anche rivelare l’altra differenza fondamentale tra inclusione e integrazione: che la seconda è più facile da applicare, in quanto misura di natura spesso episodica e\o compensativa.


Vediamone un altro, ma stavolta un po' più complesso. In uno stato è presente un grosso divario tra impiego maschile e femminile. Il problema è evidentemente sistemico, ed è una conseguenza indiretta della formazione culturale che ha influenzato tutta la popolazione (anche le donne stesse), come per esempio la precedente formazione scolastica e familiare, modelli di riferimento con cui si è cresciuti e con cui ci si confronta anche attualmente, le opportunità concrete che confermano determinate aspettative e una miriade di altri fattori e consuetudini che ormai sono consolidate nel quotidiano. Voi come affrontereste la situazione?


L'approccio inclusivo richiederebbe un processo lungo e complesso di informazione e in alcuni casi estremi di vera e propria rieducazione di massa che durerebbe diversi anni, che dovrebbe coinvolgere una folta rete di collaborazione tra istituzioni e gruppi per l’inclusione, con l’impiego di voci autorevoli in materia, con dei professionisti delle scienze sociali e della comunicazione, che dovrebbero stilare un piano di azione complesso, adattandolo in base alle diverse specificità culturali che spesso sono presenti in uno stesso stato, e preoccuparsi anche della messa in pratica di questo piano, che sicuramente necessiterebbe l’impiego di professionisti dei vari canali media.


L'approccio integrativo istituirebbe per legge delle quote rosa negli impieghi meno accessibili.


Il risultato finale è simile, ma come potete immaginare, una delle due richiede enormi investimenti e anni per essere messa in pratica e anche decenni per vedere dei risultati sensibili, l’altra è ottimale e ottiene risultati in tempi praticamente immediati. È ovvio che l'approccio integrativo non stia intervenendo sul vero problema, ma solo sulle sue conseguenze, ma bisogna anche notare che spesso nel vacuum della perfezione teorica si ignorino fattori come tempistiche e risorse necessarie per avviare le soluzioni inclusive che punterebbero a modificare le credenze alla base della norma. L'approccio inclusivo richiederebbe moltissimi anni anche solo per le fasi preparatorie, e nel frattempo si farebbe poco o nulla di concreto per tutelare la parte lesa. Per definizione la pratica inclusiva cambia la norma comune, che in questo caso sarebbero le aspettative lavorative e di performance sulle donne, e le quote rosa in quest’ottica vanno nella direzione opposta, poiché invece solidificano e impongono un’eccezione che a lungo andare potrebbe diventare un'ulteriore fonte di pregiudizio.


Un approccio ottimale, a mio parere, dovrebbe sì adottare la pratica integrativa, in maniera da tutelare la diversità nell’immediato, e preparare o attuare le fasi iniziali della pratica inclusiva. Quello che spesso vediamo però è che in molti adottano le strategie di integrazione spacciandole come pratiche inclusive, cosa che effettivamente non sono.


Articolo a cura di: Geloso Antonino