Il sessismo che non ti aspetti negli insulti comuni

Figlio di puttana, troia, cornuto, tua sorella è una zoccola, ricchione. Quante volte, nel corso della giornata, sentiamo o pronunciamo queste parole in un momento di rabbia con lo scopo di offendere qualcuno!


Osservando la questione con un occhio ben più attento e critico, però, possiamo notare una cosa che accomuna tutti questi insulti: il sessismo di fondo. Perché l'insulto più comune rivolto ad un uomo è stronzo e quello più frequentemente usato per le donne è puttana (o un suo sinonimo)? Perché per offendere un uomo si insulta indirettamente una donna a lui vicina, che sia la madre, la compagna o la sorella? Se l’obiettivo dell’insulto è lui, cosa c’entrano le donne? Perché coinvolgere persone esterne? Così facendo, è una donna ad essere insultata per i suoi presunti libertinaggi; eppure, seguendo questa logica, è l’uomo a lei caro – compagno, figlio, fratello – che dovrebbe offendersi.


Anche se non ce ne accorgiamo, in questo modo stiamo indirettamente affermando che l’uomo deve sentirsi insultato dalla libertà sessuale della madre o della compagna. A seconda se vogliamo offendere un uomo o una donna, distinguiamo tra espressioni del tipo quel figlio di puttana e quella troia, ma a ben guardare entrambi gli insulti prendono di mira una donna, e in particolare la sua libertà sessuale. Il fatto che per insultare un uomo miriamo alla libertà sessuale delle donne della sua vita potrebbe sembrare un controsenso, ma in realtà si tratta di una pratica ben radicata nelle nostre abitudini e che affonda le sue radici nel sistema patriarcale in cui viviamo, nel sessismo, nella misoginia, nell'androcentrismo che ci circondano. Sì, androcentrismo, perché offendere un uomo attraverso un insulto alla madre o alla compagna vuol dire porre l’uomo al centro del discorso, come se le azioni compiute dalla donna in questione minassero e si riflettessero sulla sua reputazione anziché solo sulla propria. È come dire che la donna, in quanto proprietà dell’uomo di turno, è responsabile anche di ciò che si pensa e dice di lui.


Non è vero però il contrario: infatti, espressioni come figlia di gigolò ci sembrano assolutamente prive di senso ed inesistenti, oltre al fatto che non le percepiamo come insulti. Fondamentalmente, il messaggio implicito – ma non troppo – è questo: tu, donna, non puoi essere sessualmente libera non solo perché, tra le altre cose, questo avrebbe ripercussioni sulla tua reputazione ma, soprattutto, perché ciò minerebbe la reputazione e l’onore degli uomini che ti circondano, siano essi figli, fratelli o compagni, dal momento che questi non hanno saputo controllarti e tenerti a bada. Una donna libera sessualmente, infatti, è pericolosa per il fragile ego dell’uomo, poiché mette in discussione non solo il potere e la capacità di controllo maschili sulla donna, appunto, ma anche perché mina l’idea di angelo del focolare, di madre e moglie pura e candida, di donna che usa il suo corpo e la sua sessualità solo ed esclusivamente per procreare, mai per piacere, e quest’idea sta alla base dell’identità e dell’immagine di sé che l’uomo si è costruito nei secoli.


Per spiegarlo con le parole di Virginia Woolf, infatti, “per secoli le donne sono state gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata ”[1]. È proprio da questa matrice culturale che deriva l’uso, per offendere, di forme come figlio di puttana/troia, cornuto, tua sorella è puttana, e tutte le varianti che sentiamo e pronunciamo quotidianamente. Se l’obiettivo è insultare l’uomo che abbiamo davanti, perché per farlo tiriamo in ballo la madre, la sorella o la compagna? E nello specifico, perché il focus è il corpo o, soprattutto, la libertà sessuale di queste donne? Infatti, gli insulti rivolti alle donne si riferiscono, nella quasi totalità dei casi, alla loro libertà sessuale o al loro aspetto fisico (si pensi ad esempio a vacca, cesso, cozza, balena, troia, zoccola, puttana), mentre questo non avviene quasi mai negli insulti rivolti agli uomini, la cui libertà sessuale viene anzi osannata e vantata come un trofeo, rivendicata con orgoglio: un uomo che va con tante donne è infatti un bomber, un puttaniere, un tipo figo, mentre una donna che ha – o ha avuto – tanti uomini è solo una puttana.


Questa doppia morale, tuttavia, è qualcosa che esula dal singolo campo dell’insulto, e che interessa anche parole di uso comune: i corrispettivi femminili di molti sostantivi o locuzioni quotidianamente utilizzate, infatti, equivalgono ad un sinonimo di puttana – e vengono pertanto usati anche come insulti –, mentre il maschile è assolutamente neutro. È il caso, ad esempio, di cane cagna, uomo di strada donna di strada, accompagnatore accompagnatrice.


È bene inoltre sottolineare come la sessualità maschile venga presa di mira e utilizzata come insulto solo nel caso in cui questa si collochi al di fuori della “norma” imposta e stabilita dal patriarcato, e cioè sia deviante da ciò che viene percepito come il modello di uomo virile, forte, macho. Basta pensare a quante volte espressioni come hai il cazzo piccolo o termini come finocchio, frocio, gay, ricchione e qualsiasi altra allusione all’omosessualità vengano utilizzati come il peggior epiteto che si possa indirizzare ad un uomo. Allo stesso modo, il pensiero androcentrico e patriarcale determina anche la connotazione negativa attribuita al termine zitella, contro il neutro, se non addirittura positivo scapolo che, tra l’altro, contrariamente al femminile, non viene nemmeno usato come insulto. Se sei una donna e non hai un uomo, infatti, sei da disprezzare: nessuno ti ha voluta, e questo è uno dei peggiori insulti che ti possano rivolgere; mentre se sei uomo e non hai una relazione, poco importa, anzi, è probabile che tu sia addirittura uno scapolo d’oro.


Posto che insultare non è mai una cosa bella, lo è ancora meno se nel farlo perpetriamo un’ideologia e un atteggiamento tossico per metà della popolazione mondiale. Prendere consapevolezza della misoginia e del sessismo intrinseci negli insulti e nelle offese è un primo passo per cercare di eliminarli dal nostro linguaggio.


Articolo a cura di Teresa Leone



Note

[1] V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli Editore, Milano 2005, p. 68.