I vuoti di memoria nel “Giorno del ricordo”.


Il 10 febbraio saranno 17 anni dall'istituzione della solennità civile del "Giorno del ricordo" per la commemorazione dei cittadini italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, vittime dei rastrellamenti e dell'esodo forzato da parte delle truppe del Maresciallo Tito nel secondo dopoguerra.

Dopo circa 60 anni di silenzio "politico", sono ancora molti i punti interrogativi sui concitati momenti che segnarono drammaticamente il confine orientale italiano, durante e dopo il conflitto. Punti interrogativi ulteriormente alimentati da un approccio revisionista di una classe politica che, se da un lato rivendica giustizia, dall'altra recide il corollario storico e un intero arco temporale di accadimenti, velando quella relazione di causa effetto tra quest'ultimi e i tragici momenti rievocati.


“La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale". Così recita l’articolo 1 della legge n.92 del 2004, varata durante il Governo Berlusconi al suo secondo mandato a Palazzo Chigi.


La legge n.92 mira a scolpire, nella memoria di ogni cittadino italiano, un dovere civico, quello del ricordo di tutti quei connazionali, vittime degli eccidi e degli esodi forzati dai territori di Istria e Dalmazia, messi in atto dall’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, negli anni che vanno dalla resa del 43’ alla firma del Trattato di pace del 47’. Il termine foiba – dal latino fovea (fossa) – che sta a indicare quegli inghiottitoi naturali tipici degli altopiani giuliani, dal 2004 rievoca quell’efferata modalità con la quale i partigiani di Tito erano soliti sbarazzarsi dei cadaveri, e in alcuni casi di persone ancora in vita, gettandoli a peso morto nelle caverne verticali del Carso.


Per quanto sia doveroso ricordare quei tragici eventi, per onestà intellettuale e nel rispetto delle vittime stesse, è altrettanto necessario approfondire e fare luce su quanto avvenuto, al fine di sollevare quell’ammontare di ombre, spesso oggetto di manipolazioni e interpretazioni fuorvianti, da parte di una classe politica che tutt’oggi rifiuta un aperto confronto con il passato. Un ricordo, quello delle foibe, che si estrapola da una memoria storica che negli anni è apparsa sempre più “sbiadita”, “opaca” e, troppo spesso, tendenziosa.

La stessa legge n.92 definisce “complessa” la situazione di quegli anni, quasi a voler ammettere, seppur inconsciamente, che forse istituire una giornata di ricorrenza non è sufficiente a fare chiarezza né, tantomeno, a rendere giustizia a chi fu direttamente vittima di quelle atrocità, a maggior ragione se, nel ricordo, è insito un atteggiamento revisionista volto ad eludere le responsabilità politiche, dirette e indirette, dei fatti accaduti.


Nel dibattito pubblico italiano, nel corso di questi 17 anni, si è assistito a sempre più evanescenti tentativi da parte di più figure istituzionali e leader di partito, di fare un uso politico ad hoc di questa giornata, anche ricorrendo a falsi miti e mistificazioni: spesso mirate a ingigantire i numeri delle vittime, manipolandone età e genere.

I martiri delle foibe sono stati via via tramutati in un mero strumento di retorica revanscista, da più frange politiche. In occasione delle commemorazioni del 2019, le parole di Antonio Tajani, allora presidente dell’Europarlamento, rievocando una sovranità italiana dell’Istria e della Dalmazia, provocarono un incidente diplomatico con Slovenia e Croazia. Andando ancora più indietro nel tempo, il discorso del presidente Napolitano del 2007, nel quale per la prima volta dall’istituzione della solennità si utilizzarono espressioni quali “pulizia etnica” e “disegno annessionistico slavo” ai danni degli italiani, suscitarono sgomento e incredulità tra le fila slovene e croate.

Troppo spesso, in occasione del Giorno del ricordo, si assiste ad una narrativa volta a ricordare esclusivamente i singoli eventi, isolandoli da un contesto sociopolitico e culturale inclusivo di altrettanti fatti, parti integranti di un arco temporale, la cui omissione, in definitiva, non consente di creare un legame autentico tra memoria e verità storica.


La “questione orientale” per l’Italia diventa un tema caldo molto prima dell’ascesa del fascismo e dello scoppio del secondo conflitto mondiale. A partire dal conseguimento dell’unità nazionale, la nascita del nuovo regno e l’annessione di Veneto e Friuli, provocano una spaccatura in quella che, sotto gli Asburgo, era stata una secolare e pacifica convivenza tra popolazione di lingua italiana e comunità slave. Il richiamo culturale ed emotivo dell’Italia unita aveva, inevitabilmente, rafforzato quel senso di identità nazionale anche tra la numerosa comunità italiana di Istria e Dalmazia – nel censimento del 1880 gli abitanti di lingua italiana nel Litorale asburgico erano circa 115.000 -, e ciò aveva reso più complicata la pacifica coabitazione con gli slavofoni, dove quest’ultimi, a fronte della parabola discendente degli Asburgo, avevano consolidato una maggiore coscienza politica e nazionale, contrapponendola alle aspirazioni di assimilazione del nuovo Stato italiano. Quello che andrà in scena sul Litorale istrino e dalmata, a cavallo tra l’unità d’Italia e l’implosione dell’Impero austriaco, fu, come lo definì Gilbert Bosetti nel saggio “De Trieste à Dubrovnik”, un vero e proprio “Kulturkampf”: una lotta per il dominio culturale e spirituale tra comunità italiana e sloveno-croata.

La monarchia sabauda, intenta a preservare quell’unità faticosamente conquistata manu militari, arriva a caldeggiare una vera e propria politica di cancellazione della pluralità linguistica dei territori di confine, con l’intento di debellare la componente slavofona, temendo che quest’ultima potesse fare breccia nelle, già abbastanza profonde, frammentazioni sociali del regno. Tutto ciò, di conseguenza, ostacolerà il processo di integrazione delle minoranze etniche slave, dove il profondo malumore di quest’ultime per le discriminazioni subite, finirà per acutizzare i dissidi nei confronti della popolazione italiana.

La Grande guerra; l’occupazione militare italiana della Venezia Giulia; il malcontento popolare per il dissesto socio-economico determinato dal conflitto; il nuovo assetto del confine orientale scaturito dal Trattato di Versailles: la costituzione del nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni e la mancata assegnazione dei territori previsti dal Patto di Londra, tra i quali l’intera Istria e un terzo della Dalmazia; inaspriranno il conflitto sociale tra italiani e slavi, rimarcando, tra le fila irredentiste italiane, quello spirito revanscista e antislavo, che il movimento fascista cavalcherà e assimilerà nella violenta politica razziale di “snazionalizzazione” delle minoranze, che prenderà il nome di “Fascismo di confine”.


Il fascismo entra in azione sulla scena orientale con un carico di odio senza precedenti.

A seguito della morte di due ufficiali di Marina nei primi di luglio del 1920, a Spalato, per mano di nazionalisti croati, dove quest’ultimi risposero alla provocazione dei marinai italiani nell’oltraggiare delle bandiere jugoslave, il Fascio Triestino di Combattimento organizzò una manifestazione di piazza a Trieste dove esortò la folla a inveire contro la comunità slovena. La morte di un giovane cuoco italiano durante i tumulti che seguirono la manifestazione sarà il pretesto per le squadre fasciste per organizzare vere e proprie spedizioni punitive contro gli slavofoni. Emblema di quelle giornate di ferocia rappresaglia, verificatesi con la totale quiescenza delle autorità civili e militari, fu l’incendio del 13 luglio del Narodni Dom – conosciuto anche come Hotel Balkan, fu la sede della Casa del Popolo e delle associazioni culturali ed economiche slovene. Quello del Narodni Dom non fu un obiettivo accidentale: simbolo della rivincita e del successo socio-economico della minoranza slava, nell’ottica sciovinista dei fascisti triestini, Il Narodni andava raso al suolo, al fine di eliminare tutto ciò che testimoniava l’avanguardia di quella borghesia ricca, colta e multiculturale che contraddistingueva la fisionomia multietnica triestina.

Rino Alessi, fascista della prima ora e futuro direttore del quotidiano locale “Il Piccolo” commenterà così l’accaduto: “Le grandi fiamme del Balkan purificano finalmente Trieste, purificano l’anima di tutti noi”.



Il Trattato di Rapallo del novembre 1920 risolve solo sulla carta la “questione adriatica”. Italia e Jugoslavia si accordano per l’annessione al Regno dei Savoia dell’Istria e delle città di Gorizia; Pola; Zara e Trieste, ossia di parte di quei territori contenuti nelle clausole del Patto di Londra e, successivamente, occupati dal Regio Esercito alla fine del conflitto. Con l’inglobamento di circa 400 mila tra sloveni e croati, l’astio nei loro confronti deflagra. Gli stessi si trovano a far fronte alle quotidiane violenze perpetrate dalla corrente fascista, la quale, proprio in quelle regioni, complici il mito della “vittoria mutilata” e il fallimento delle politiche di integrazione dei governi liberali, incontrerà terreno fertile per il suo rapido sviluppo. Con l’arrivo dei fascisti nell’Italia dell’est, le minoranze slave perdono, de facto, il diritto ad identificarsi nell’etnia di appartenenza.

L’ondata di odio generata dai fascisti indusse migliaia di abitanti slavi ad abbandonare le loro terre. Il risultato degli esodi provocati fu evidente con il censimento del 1921 dove, in confronto al 1910, si evidenziò un notevole decremento della componente slava in tutti i principali centri urbani del confine orientale: a Trieste il numero fu più che dimezzato passando da 59 mila a meno di 18 mila.

Si riporta la testimonianza di una fioraia del quartiere San Giacomo di Trieste, contenuta nell’opera di Coslovich “Storia di Savina”:


Era una bella domenica mattina. La piazza era viva e frequentata anche se si lavorava di meno a causa della guerra. Erano circa le 11 e alcuni fascisti in nero, con il gagliardetto, cantando a squarciagola stavano risalendo per la via del Rivo che sfociava nella piazza. Una donna che portava il latte, che conoscevo, mi chiede in sloveno: “a che prezzo i garofani?” – “A 20 centesimi” rispondo come sempre in sloveno. Non ho nemmeno finito la frase che i fascisti, avendo sentito che parlavo sloveno, si sono fermati con i loro gagliardetti e, come furie, si sono avventati sopra il banco dei fiori rovesciando tutto. Sapete cosa vuol dire tutto? E poi, non contenti, hanno iniziato a calpestare tutto quello che avevano buttato per terra, i garofani, tutti i fiori, i vasi, le assi di legno: tutto. Allora è intervenuto un uomo: “Ma non vi vergognate? Occorreva fare questo danno?”. Per tutta risposta i fascisti lo hanno preso e lo hanno portato via.




Gli sloveni e i croati dei territori annessi sono, dunque, i primi gruppi allogeni a confrontarsi con la congenita componente razzista dell’ideologia fascista. Le parole dello stesso leader del movimento Benito Mussolini, durante una visita a Pola poco prima dell’accordo di Rapallo, non lasciano dubbi riguardo a quanto accadrà, da lì a pochi anni, in termini di politica razziale e coloniale: “Di fronte a una razza inferiore e barbara come quella slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500 mila barbari slavi a 50 mila italiani”.



Quando il PNF sale al potere nell’ottobre del 22’, parte dei primissimi provvedimenti del nuovo governo saranno volti a legalizzare la repressione delle minoranze linguistiche del nord-est.

La riforma Gentile del 1923 stabilirà l’abolizione dell’insegnamento di tutte le lingue diverse da quella italiana. Nell’aprile del 1924 verrà istituito l’Ispettorato speciale del Carso: composto e cappeggiato da squadristi e militanti della prima ora come Emilio Grazioli, lo stesso avrà il compito di reprimere ogni forma di dissenso al regime nei territori della Venezia Giulia e dell’Istria. Il regio decreto dell’ottobre del 1925 sancirà l’uso esclusivo dell’italiano nelle sedi giudiziarie e in tutti gli uffici della pubblica amministrazione, per poi estendersi agli esercizi pubblici. Nel giugno del 1927 un’altra offensiva del Ministero dell’Interno, diretta nello specifico contro la minoranza slavofona giuliana, sopprimerà tutte le associazioni culturali ed economiche slovene e croate presenti nella Venezia Giulia.



Con l’invasione della Jugoslavia nell’aprile del 41’, al fianco dell’alleato tedesco, l’Italia incorpora la Dalmazia centrale; le regione di Cattaro e della Carniola; le città di Spalato e Sebenico; oltre alla Slovenia meridionale e all’area montenegrina e macedone - in totale circa 800 mila nuovi croati e sloveni passavano sotto la giurisdizione italiana-.

La frustrazione per l’andamento del conflitto e per l’estrema resistenza opposta dalle formazioni partigiane slave, così come la propaganda razzista veicolata per decenni dal regime, si riflettono sull’amministrazione dei territori da parte dell’Esercito italiano: stragi; eccidi di massa; rappresaglie contro civili inermi. Si riportano le parole di Taddeo Orlando, comandante della divisione Granatieri di Sardegna: “dobbiamo ripristinare la supremazia e l’onore degli italiani, anche se per ciò dovessero scomparire tutti gli sloveni e la Slovenia fosse distrutta”.

Se c’è un passaggio, nel corso del secondo conflitto mondiale, che scredita il mito de “italiani brava gente”, è proprio quello dell’occupazione dei territori slavi da parte del Regio Esercito. La brutalità messa in campo dagli italiani, per mezzi e retorica adottati, si allinea a quella dei tedeschi sul fronte orientale. Sia sul territorio italiano che nelle zone occupate, il governo fascista realizzerà più campi di deportazione: Gonars e Visco(Udine); Monigo(Treviso); Santa Lucia d’Isonzo e Sdraussina(Gorizia); Arbe(Dalmazia) ecc. Tristemente famoso diventerà il campo di Risiera di San Sabba a Trieste. Lo stesso, dopo l’armistizio di Cassibile e la conseguente occupazione dell’Istria da parte della Wehrmacht, fu convertito in un vero e proprio campo di sterminio sul modello di Auschwitz – con camere a gas e forni crematori - dove, secondo stime approssimative, morirono circa 4mila persone.


La macchina repressiva messa in moto dal Regio Esercito – apostrofato dai locali come “palikuci” ovvero brucia case- contro la resistenza organizzata slava, avvenne senza esclusione di colpi, abbattendosi indiscriminatamente sulla popolazione civile. A testimonianza di ciò, la circolare del 1° marzo 1942 firmata dal generale Mario Roatta, a capo della II Armata di stanza in Slovenia e Croazia, recita: “Quando necessario agli effetti del mantenimento dell’ordine, i Comandi di Grandi Unità possono provvedere ad internare, a titolo preventivo, precauzionale o repressivo, categorie di individui della città e campagna e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurale. Famiglia da cui siano o diventino mancanti, senza chiaro motivo, maschi di età compresa fra i 16 e i 50 anni. Saranno internati anche gli abitanti di case prossime al punto in cui vengono attuati sabotaggi”. Quando nel luglio del 42’ nei pressi del villaggio croato di Podhum, a seguito di un’incursione partigiana, furono trucidati 16 soldati italiani, la risposta che ne seguì riprese alla lettera le disposizioni della “circolare Roatta”: 91 fucilati; 800 abitanti deportati; l’intero villaggio dato alle fiamme. “Podhum rasa al suolo, nessuna casa esclusa”, reciterà il messaggio di Temistocle Testa, prefetto di Fiume, indirizzato alla sotto-segreteria degli Interni.


Come riportato da Giacomo Scotti, che ha dedicato gran parte della sua carriera di giornalista e scrittore agli eventi del confine orientale, sono stati più di 11.000 gli internati civili sloveni e croati morti nei lager italiani tra il 1941 e il 1943. Secondo Alberto Buvoli, segretario generale dell’Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione e direttore della rivista «Storia contemporanea in Friuli», nella sola provincia di Lubiana, tra la primavera del 41’ e il settembre del 43’, furono circa 33.000 le persone deportate dalle forze di occupazione italiane.


Quello che non si può e non si deve accettare è il perseverare, da parte degli addetti ai lavori, nel tentativo di manipolare un episodio che, per quanto tragico e doveroso di essere ricordato, rimane un avvenimento singolo che si colloca in un più ampio contesto di eventi drammatici, connessi tra loro.

Il rischio in cui si incorre nello strumentalizzare; decontestualizzare; alterare e omettere documenti, dati e testimonianze dirette, è quello di trasformare una giornata di commemorazione del dolore, generato da un determinato evento, in un’occasione di rivedere le colpe che sono, in definitiva, politicamente, socialmente e culturalmente legate al verificarsi di quell’evento stesso.

Giornate come quelle del 10 febbraio non devono essere occasione di riscrivere la storia, al contrario, come opportunità di comprendere in misura trasparente quanto realmente accaduto, al fine di impedirne un ripetersi. Servirsi di queste date per mistificare ed eludere il confronto con le responsabilità del passato, avrà come effetto opposto quello dell'esasperazione degli animi e dei sentimenti di avversione e intolleranza, dove il ruolo centrale di quest'ultimi negli avvenimenti oggi commemorati, è testimoniato dalla verità storica che con superficialità e inganno si vuole delegittimare.





Bibliografia.


Buvoli A., Foibe e deportazioni : per ristabilire la verità storica : Venezia Giulia 1943-1945, a cura del Comitato regionale dell'ANPI del Friuli Venezia Giulia, Tricesimo Tipografia artigiana 1998.


Caslovich M., Storia di Savina, Mursia, Milano 2000.


Cernigoi C., Operazione foibe, tra storia e mito, Edizioni Kappa Vu, Udine 2005.


Pupo R., Il lungo esodo, RCS Libri, Milano 2005.


Oliva G., Foibe, le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2002.


Pirjevec J., Foibe, una storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009.


Spartaco C., I campi del duce : l'internamento civile nell'Italia fascista, 1940-1943, Einaudi, Torino 2004.


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Sitografia.


https://www.istat.it/it/files/2011/01/I_Censimenti_nellItalia_unita.pdf


https://www.internazionale.it/notizie/nicoletta-bourbaki/2017/02/10/foibe


http://www.novecento.org/dossier/mediterraneo-contemporaneo/il-fascismo-di-confine/


http://intranet.istoreto.it/home_P.asp

https://www.corriere.it/esteri/19_febbraio_11/foibe-slovenia-croazia-contro-frasi-tajani-viva-l-istria-dalmazia-italiane-12b50a04-2e1b-11e9-b2ba-a8cdeed9884a.shtml


http://presidenti.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Discorso&key=930