Giornalismo italiano

Mi sono resa conto, da scrittrice in erba e lettrice, che ormai il giornalismo sta divenendo mero intrattenimento, volto a offrire un succoso titolo e notizie fuorvianti. Spesso, gli articoli sono intrisi di inesattezze, contenuti approssimativi e informazioni prive di valore.


Se alcune testate creano contenuti validi e spiegano al lettore ciò che succede senza cadere in subdole argomentazioni, altre, prese dalla volontà di ottenere click e follower, scrivono senza attribuire importanza alle conseguenze. Ciò accade, in modo particolare, per quanto riguarda la spettacolarizzazione del lutto oppure il racconto dei drammi vissuti dalle minoranze.


Credo sia possibile, comunque, realizzare articoli rispettosi e giusti. Come?

A) Parlerò solo di ciò che conosco e studio, visto che è necessario attribuire valore a ogni disciplina, consultando fonti e testi. Se come giornalista non conosco un dato argomento, chiederò aiuto a chi di competenza.


B) Dinnanzi a perdite e sofferenze occorre esser delicati come ali di farfalla: chi legge può rimanere ferito dal peso di parole dette senza un minimo di tatto. Dobbiamo avviare un processo empatico e smettere di lucrare sulle disgrazie altrui: il giornalismo e, soprattutto, la televisione adoperano il dolore come mezzo per aumentare il guadagno e la visibilità. In contesti delicati come questi è necessario limitarsi a riportare, in modo oggettivo, la notizia del lutto senza enfatizzare le parti più cupe e tristi.


C) Se parlo di femminicidio non dovrò mai colpevolizzare la vittima e deresponsabilizzare il carnefice. Spesso la narrazione verte sulla volontà di giustificare l’aggressore, mostrare i suoi lati deboli per suscitare pietà. Inoltre, molte volte viene erroneamente usata l’espressione “uccisione di una donna”, quando il termine più corretto è “femminicidio”, che indica il movente e non la vittima. Le donne muoiono per la colpa di essere femmine. È il patriarcato a sopprimerle. È il patriarcato che ha insegnato agli uomini che esse sono oggetti da possedere a proprio piacimento e non persone da rispettare. È il patriarcato che soffoca i sentimenti in virtù di una logica colma di violenza, repressione e dolore.


D) Se tratto della comunità LGTBQI+ dovrò usare i pronomi giusti. Le parole creano la realtà: tramite esse portiamo rispetto a chi, giustamente, lo esige.


E) Esprimere le proprie opinioni è fondamentale e giusto: tramite esse riusciamo a progredire e ampliare i nostri orizzonti; inoltre, servono a creare un dialogo costruttivo fra persone dal parere diverso. Al contempo, però, non tutte le idee sono rispettose: se queste manifestano chiaramente ostilità nei confronti dei soggetti stigmatizzati, se non si aprono a un ascolto partecipato, se tolgono agli oppressi la possibilità di dirci come lottare (essendo loro i primi ad avere voce in capitolo) allora è necessario fare un passo indietro. In certi contesti, inoltre, la lotta dei soggetti oppressi deve esser da loro condotta e noi che siamo esterni alla vicenda dobbiamo solo udire le loro richieste.


Situazioni simili si scorgono anche da parte di pagine social volte all’attivismo femminista: molte di esse usano slogan accattivanti, retorica semplice e allegra senza veicolare un messaggio concettualmente denso. Altre ancora, invece, ignorano importanti dinamiche e lotte o, peggio, sviliscono problemi di discriminazione evidenti.

Mi permetto, infine, di ricordare un’ovvietà: tutti sbagliamo, me compresa. Gli errori ci conducono verso il miglioramento solo se siamo consapevoli. Pertanto, occorre prestare attenzione e avere cura: l’informazione è corretta quando manifesta idee e contenuti rispettosi.


Articolo a cura di Lorenza De Marco