Equo diritto di cura e medicina genere-specifica

Negli ultimi anni ha progressivamente acquisito importanza la medicina di genere o, più propriamente, la medicina genere-specifica, un ramo della medicina che analizza in che modo le differenze biologiche e socioculturali influiscono sullo stato di salute e di cura dell’individuo. In particolare, la medicina genere-specifica mette al centro la persona e non la malattia, mira a curare ogni persona tentando di capire quale influenza abbia il genere sulla malattia e sulla risposta della cura.


Questo approccio, però, è molto recente e ancora non sufficientemente diffuso: per secoli, infatti, la medicina e la farmacologia si sono basate sul corpo maschile, prendendolo come modello universale e neutro, e hanno poi esteso i risultati anche al corpo femminile. Le differenze di quest’ultimo sono state prese in considerazione solo in relazione ai caratteri sessuali (e quindi all’apparato riproduttivo, in linea con l’unico ruolo attribuito alla donna, ossia quello di moglie e madre) e mai in relazione a caratteri o malattie più “neutre” come potrebbero essere quelle cardiache o quelle polmonari. Questo fenomeno è noto come Sindrome del Bikini. Andrea Vesalio, padre dell’anatomia moderna, verso la metà del Cinquecento scrisse, infatti, che “è sufficiente studiare il corpo maschile, forma neutra universale, per capire anche il corpo femminile”. Per secoli, dunque, le specificità e le differenze anatomiche legate al sesso biologico non sono state prese in considerazione, lasciando le donne nella più totale invisibilità. Difatti, secoli dopo l’affermazione di Vesalio e quasi ai giorni nostri, i test per le aspirine sono stati condotti su migliaia di cavie tutte di sesso maschile, e lo stesso si può dire di altre malattie e altri farmaci studiati e testati solo su uomini. Fino agli anni Novanta, infatti, non era prevista la presenza di donne nella sperimentazione clinica, e anche oggi la percentuale femminile nei trial è inferiore rispetto a quella maschile. Di conseguenza, le donne patiscono di più gli effetti collaterali di farmaci che non sono stati testati per il loro organismo, non fosse che per una mera questione di sovraddosaggio. Già negli anni Trenta si era notato che dei farmaci ipnoinducenti utilizzati per contrastare per l’insonnia, che erano stati testati su soli uomini, avevano un effetto molto più potente sulle donne. Tuttavia, il problema venne semplicemente ignorato. Tra gli anni Ottanta e Novanta, invece, la cardiologa Bernardine Healy si accorge che a morire di malattie cardiache sono più le donne, che vengono curate meno. Dimostra, inoltre, con dati alla mano, che la comune convinzione per cui gli infarti e le malattie cardiache interessino soprattutto gli uomini è infondata.


È proprio in questo contesto che la medicina genere-specifica cerca di farsi strada, in una società che, come ricorda l’articolo 32 della nostra Costituzione, deve garantire l’equo diritto di cura a tutti gli individui che ne fanno parte, e che ognunә deve essere curatә secondo le proprie specificità. Applicare la medicina e la farmacologia solo ad una fetta della popolazione, quella maschile, restituisce una visione della cura e della medicina parziale, che non corrisponde alla necessità di curare tutte le persone, proprio in virtù delle differenze sessuali e di genere che i corpi presentano. Oltre al sesso – e quindi al mero aspetto biologico – giocano un ruolo fondamentale nella malattia e nella cura anche il genere e il modo in cui ciascunә decide di vivere la propria vita, in accordo con l’identità di genere in cui si riconosce: nel caso di persone transessuali, ad esempio, il quadro clinico viene radicalmente cambiato dalle cure ormonali, e di questo occorre tenere conto nella diagnosi e nella cura della malattia in questione. Bisogna dunque guardare alla persona, vedere qual è il suo genere, e non solo il sesso anatomico: questo è quanto si propone la medicina genere-specifica, che è molto attenta al modo in cui si forniscono le prestazioni sanitarie, ma la cui importanza è fondamentale in tutti gli ambiti della medicina, ossia prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione.


Dal punto di vista legale, in Italia l’approvazione della legge relativa alla medicina genere-specifica risale a gennaio 2018, mentre è del 2019 la redazione di un piano sulla sua diffusione e applicazione. Questo, tuttavia, rimane solo un documento programmatico. Essendo uomini e donne diversi per anatomia e fisiologia, sembrerebbe scontato riservare loro cure altrettanto diverse e specifiche in caso di malattia. Tuttavia, l’approccio genere-specifico della medicina e della farmacologia è abbastanza recente e la strada è ancora lunga. Che siano collegati a tutto questo gli episodi a cui purtroppo stiamo assistendo di effetti avversi più gravi nelle giovani donne che hanno ricevuto il vaccino AstraZeneca?



Bibliografia

S. De Francia, La medicina delle differenze. Storie di donne uomini e discriminazioni, Neos Edizioni, Torino 2020.



Articolo a cura di Teresa Leone