Dietro le quinte delle teorie complottiste: dai Bias all’identikit del complottista tipo


In questo ultimo periodo si sente sempre più spesso parlare di Teorie del Complotto o della Cospirazione. In concomitanza di ogni evento storicamente destabilizzante, gruppi di individui hanno creato almeno una teoria del complotto.

Come spiegazione alternativa a quella fornita dalle fonti ufficiali. Tra queste si ricorderanno le teorie sulla morte di Kennedy o la teoria del complotto lunare. Secondo quest'ultima le missioni del programma Apollo non avrebbero realmente trasportato gli astronauti sulla Luna, e le prove degli allunaggi sarebbero state falsificate dalla NASA, con la collaborazione del governo degli Stati Uniti, in competizione con l'URSS per la "conquista dello spazio" nel panorama generale della Guerra Fredda.

Oggigiorno definire una persona “complottista” equivale a un’offesa, poiché utilizzato per descrivere persone che in modo acritico decidono di credere a questo tipo di teorie alternative.

Mi sono però interrogata su cosa ci sia dietro, su quali siano i processi che spingono alcuni individui a credere in modo quasi patologico a questo tipo di spiegazioni, talvolta molto più complesse e articolate rispetto alla realtà dei fatti.

In relazione a questo argomento la letteratura non è molto vasta, anzi, vi sono pochi studi con risultati importanti.

Ma nell'analisi si parte dall’idea generale che nella mente delle persone, che decidono di credere a tali teorie, si inneschi, in seguito a un evento che scardina l’equilibrio della quotidianità, un meccanismo di difesa e di autoconservazione.

Prima di spiegare quali sono i motivi e i processi cognitivi che si celano dietro questo fenomeno è giusto provare a dare una definizione.

Tra quelle proposte ho scelto quella del ricercatore R. Brotherton, che afferma:


"Una teoria del complotto può essere definita come l’ipotesi non verificata e relativamente non plausibile di una cospirazione, che afferma che alcuni importanti eventi sono il risultato di un piano segreto escogitato da un gruppo di persone potenti, pericolose, e in alcuni casi soprannaturali ."


Inoltre in questo periodo così complesso e nel quale la responsabilità e il buon senso di tutti hanno un ruolo fondamentale, anche la Commissione europea, ha analizzato alcune teorie e ha pubblicato un vademecum sull’argomento , per combattere la disinformazione. Sei sembrano essere i punti in comune a ogni Teoria Complottista:

- Un presupposto complotto segreto

- Un gruppo di cospiratori

- "Prove" che sembrano confermare la teoria del complotto

- Viene ingannevolmente suggerito che nulla accade per incidente e che non esistono coincidenze; nulla è come sembra e tutte le cose sono collegate tra loro

- Si divide il mondo in buoni e cattivi

- Si individua un capro espiatorio in persone e gruppi


L’analisi però non può rimanere così superficiale, anzi dev'essere un attento esame sociologico. Gli esperti invitano a non considerare gli individui che sposano queste teorie come individui problematici o con tendenze patologiche. Come sottolineano dai due esperti della Scuola di Liverpool e di Oxford, Freeman e Bentall, le credenze cospirative infondate e le idee paranoiche sono entrambe forme di eccessiva diffidenza che possono essere corrosive sia a livello individuale che sociale.

Nonostante l’aspetto patologico, nessuno è esente dalla tentazione di credere a una teoria alternativa. In questo processo sono invischiati i cosiddetti “Bias Cognitivi”, ovvero degli errori sistematici che compiamo in modo inconsapevole. In più alcuni studiosi sostengono che queste teorie esistano per una ragione estremamente semplice: sentimenti di paura e la mancanza di supporto fanno sì che le persone credano a tali teorie proprio per dare un senso a quello che stiamo vivendo. Come ha notato il Prof. Swami, professore di psicologia sociale all'Università di Cambridge:


"In genere, si tratta di persone che si sentono impotenti, persone che si sentono minacciate, persone che sentono di non avere alcun controllo su ciò che accade intorno a loro"


Il primo Bias che interviene nell’avvalorare queste teorie è il Bias della Conferma. Come riporta anche la Commissione europea le teorie del complotto sono accompagnate da prove a sostegno della tesi esposta. Pertanto, l'individuo è portato a dare peso alle evidenze che fortificano la propria ipotesi, eliminando quasi in automatico il contraddittorio.

Altro Bias che serve a validare la propria tesi e a fornire un collegamento migliore e più forte con la realtà è il processo della Fallacia della Congiunzione, ovvero la tendenza a vedere dei nessi di casualità in eventi che si verificano contemporaneamente.

Si noti, inoltre, che empiricamente le teorie cospiratorie tendono a nascere in momenti di crisi e quanto più è epocale l’evento tanto più prolifereranno tali teorie.

Questo è spiegato dal Bias della proporzionalità, una tendenza a credere che gli eventi molto importanti, come un disastro naturale o un attentato, possano essere spiegati solo da cause altrettanto epocali. In relazione alla questione del Bias della conferma, il Prof. Swami ha sottolineato che:


Solitamente rifiutano qualsiasi prova che non si adatti perfettamente alla loro visione del mondo, e accettano esclusivamente prove che confermano convinzioni preesistenti. Rifiuteranno qualsiasi cosa io dica sostenendo che il motivo principale è che io stesso faccio parte del complotto.


Gli studi sull’argomento sono pochi, ma uno sicuramente degno di nota è quello della Fondazione francese Jean Jauriès. I ricercatori hanno realizzato un’inchiesta per creare l’identikit de complottista tipo. L’inchiesta è stata condotta tramite questionario su un campione di 1506 persone, dai 18 anni in su. È stato analizzato il background sociale e culturale: livello di studio, età, categoria sociale, orientamento politico.

Il complottista tipo è dunque qualcuno che ha meno di 35 anni, con un basso livello di istruzione, appartenente alle classi sociali più fragili e attraversato da un sentimento di scontento circa la propria esistenza.

Nello studio “The concomitants of conspiracy concerns” di Freeman e Bentall vengono riscontrate altre caratteristiche, come l’ansia e bassi livelli di autostima. Queste caratteristiche portano l’individuo ad avere difficoltà nell’integrarsi con la società e nel mantenere delle relazioni umane stabili.

Tendono così ad avere un network sociale molto debole, che li rende marginalizzati ed esclusi. Di conseguenza tentano di demonizzare e di mettere in discussione tutto ciò che la società condivide: ideali, valori e comportamenti.


Da dove prendono queste informazioni?


Un ruolo importante è giocato anche dalle fonti di informazioni spesso utilizzate. Lo studio dell’istituto francese ha rilevato che coloro che utilizzano la radio, la televisione oppure che comprano i giornali per informarsi sembrano meno propensi a credere alle teorie della cospirazione, con una percentuale di complottisti compresa fra il 15% e il 19%. La percentuale sale notevolmente per coloro che usano Internet come prima fonte di informazione: 27%.

Altro punto interessante, coinvolto nell’analisi del “cospiratore”, è la relazione fra voto politico e teorie complottiste. La ricerca ha mostrato come, nel caso di voto ai partiti estremisti, la propensione ad abbracciare le teorie del complotto cresca significativamente rispetto ai casi di voto moderato.


Perché è importante per l’individuo immaginare un complotto? A cosa è utile? Soddisfa un suo bisogno?


La teoria complottista ha una funzione quasi consolatoria per questi individui, poiché li pone dal lato opposto della società che li ha estromessi. Gli studiosi di Liverpool e Oxford, Freeman e Bentall, sostengono che:


«A breve termine, è una mentalità che porta i suoi benefici: al posto dell’ansia e dell’incertezza, siamo infusi da quella che sembra conoscenza. La nostra autostima ferita riceve un’iniezione di fiducia, perché abbiamo l’impressione di fare parte di una piccola minoranza che sa quello che sta succedendo veramente. E grazie all’internet possiamo connetterci con altre anime simili a noi e tutto d’un tratto ci sentiamo parte di una comunità».


Inoltre soddisfa il bisogno di questi individui di aumentare la propria autostima, innalzandoli a “detentori della verità” rispetto alla massa (che li aveva precedentemente esclusi) che si basa su fonti di informazioni ufficiali e scientifiche “corrotte”.

Sono teorie funzionali, di cui hanno bisogno per poter anticipare gli eventi e creare delle regolarità che gli permettono di prevedere ciò che accadrà.

La risposa su come gestire questo fenomeno non è del tutto chiara e tra i motivi vi è l’evidente bisogno di dover educare ai processi cognitivi. I due studiosi Cook e Lewandowsky, identificano due modalità principali per far fronte a queste teorie: il prebunking e il debunking.

il Prebunking si basa sull’importanza di giocare d’anticipo, cercando di disinnescare in partenza i meccanismi dei complottisti, rendendo le persone consapevoli dei processi cognitivi e dei bias.

Il Debunking invece, che si traduce come “smascherare una finzione o una falsità”, agisce attraverso i fatti, la logica, le fonti e l’empatia, attraverso una demistificazione che smascheri l’assenza di credibilità dei complottisti e un’attenzione “empatica” nei confronti dei target delle teorie del complotto.

Il Debunking, tuttavia, può rivelarsi un’arma a doppio taglio poiché potrebbe rafforzare le teorie involontariamente.

L’intento principale di questa analisi è di fornire uno sguardo più critico e consapevole su questo traget di individui e su ciò che li porta a creare queste "realtà alternative", che spesso costituiscono un vero e proprio pericolo per l’intera società, ma che, come abbiamo visto, sono spesso frutto di disagi personali.


Articolo a cura di Giorgia Marino