Decoro? No, grazie


Durante il mese di dicembre mi sono dedicata a una lettura che ha avuto un forte impatto su di me: si tratta di “Città sola” di Olivia Laing (pubblicato in Italia da Il Saggiatore), un’opera saggistica dalle sfumature autobiografiche in cui l’autrice affronta il tema della solitudine e delle sue diverse ombre, accompagnando chi legge tra le strade della città di New York, che nel nostro immaginario è il simbolo del caos, della folla, della metropoli frenetica, ma che Laing mostra nel suo volto nascosto, tracciando una mappa della New York fatta, invece, di solitudine e diversità. I protagonisti e le protagoniste del saggio, oltre alla sua voce narrante, sono artisti e artiste, cantanti, attori e attrici, fotografi e fotografe che hanno vissuto New York e l’hanno affollata con la loro solitudine, outsider che hanno sperimentato e giocato con quella solitudine, rendendola arte e strumento di comunicazione e interconnessione. Uno dei punti toccati da Laing riguarda Times Square, piazza simbolo di New York, prima della gentrificazione. Leggere quelle pagine, leggere di quella Times Square così diversa da come la penso e la conosco oggi, mi ha portata a riflettere sull’idea di decoro. Decoro personale, decoro urbano, decoro. Posto che avere un pensiero totalmente scevro di contraddizioni mi risulta ancora difficile, proverò ad articolare le mie riflessioni e le mie esperienze, figlie di una coscienza nata e cresciuta in una società in cui di decoro si parla molto, ma si parla forse troppo poco delle sue implicazioni e delle sue conseguenze. Sarà capitato a tutti noi, almeno una volta, di ritrovarci nel bel mezzo di una discussione il cui argomento principale era: per andare in questo luogo/per partecipare a questo evento/per fare questa cosa ci si deve vestire bene. A una richiesta di chiarimenti, di solito la risposta è: beh, è una questione di decoro. Con decoro, almeno sul dizionario, si intende un atteggiamento, nei modi e nelle apparenze, adeguato alla propria condizione sociale; per estensione, decoro diventa sinonimo di dignità e decenza. Quando ti dicono “devi vestirti in maniera decorosa”, generalmente poi ti dicono anche che decoroso significa “adeguato al contesto”. Bene: ma che vuol dire? Chi stabilisce cos’è adeguato a un contesto e cosa non lo è? Cos’è un contesto? Personalmente ho sempre percepito il concetto di decoro come strettamente connesso all’idea classista che associa l’apparenza alla necessità di aderire ai canoni di un determinato standard sociale, standard che non è pensato, però, per rappresentare la diversa stratificazione della società, tutti i suoi livelli e tutte le sue facce e rappresentazioni. Senza contare che questi contesti a cui ti devi adeguare richiedono un asservimento che è fatto solo di apparenze. Se sei una donna, per esempio, essere decorosa significa tante cose: a lavoro significa bella, truccata, perfetta, in tiro; a scuola o all’università significa essenzialmente coperta, nascosta, poco appariscente. Più in generale, essere decoroso significa dimostrare di appartenere a un determinato status sociale, uno status privilegiato precostruito, fatto di simboli che servono a distinguerci gli uni e le une dagli altri e dalle altre. L’idea di decoro ci separa, ci allontana, rende più profondo il solco e il divario tra chi si adatta allo standard e chi non riesce o non vuole. Con un solo sguardo, nel giro di un secondo, camminando per strada capiremo già di chi ci sentiremo migliori, inconsciamente. Gli outsider che non rispettano i canoni del decoro servono a questo: a farci sentire meglio, perché noi siamo lo standard che si sente consolato dall’appartenenza confortevole a una punta che ci sceglie e privilegia perché siamo capaci di adeguarci. Olivia Laing racconta di una Times Square diversa da come la conosciamo oggi: Times Square prima della gentrificazione era fatta di cinema erotici e pornografici, prostituzione, sesso, eroina; era anche un luogo di comunità e autoaffermazione, dove le solitudini si incontravano e davano vita alla bellezza della condivisione nell’emarginazione: a Times Square artisti e artiste come David Wojnarowicz e Nan Goldin, artisti e artiste dalla vita segnata da violenze, abusi, povertà e dipendenze, producono e sperimentano la loro arte, muovono dei passi importanti lungo la strada dell’attivismo per la libertà sessuale e la comunità queer, regalano al mondo la scintilla della prima vera lotta contro i pregiudizi e le violenze sociali nei confronti delle persone sieropositive durante la prima, tremenda, distruttiva epidemia di AIDS che fece, negli Stati Uniti, un numero impressionante di vittime, soprattutto tra uomini gay e bisessuali. Times Square oggi è fatta di luci, schermi, grattacieli, turisti; Times Square una volta era lo spazio degli emarginati, degli outsider, di quelle persone che tutto erano tranne che decorose, di tutte quelle persone che la società decorosa voleva allontanare, perché ciò che diverge dai canoni di uno standard diventa un elemento marcato che fa sentire giusto e migliore l’elemento non marcato. Lo standard decoroso, il concetto precostruito e classista di decoro, uniformano uno stigma che vuole neutralizzare le differenze senza prendersi la responsabilità di costruire un ponte: lo stigma neutralizza nascondendo e allontanando, perché chi non può o non vuole ricadere negli schemi del decoro standard serve a farci sentire meglio nella nostra pelle, nei nostri vestiti, nella nostra vita. Succede quando il sindaco di una città butta via le coperte di una persona senza fissa dimora che dorme per strada, o quando giudichiamo qualcuno dai vestiti che indossa a un evento importante: riconosciamo la diversità, riconosciamo un allontanamento netto dall’idea di decoro che abbiamo in mente e, nel bene o nel male, ci sentiamo a disagio, nel bene o nel male quella persona è l’outsider e noi siamo lo standard. Ma quanto sarebbe bello se il decoro fosse solo gentilezza?


Articolo a cura di: Chiara Polimeni