Canceled

Da quando il termine cancel culture è andato in tendenza la gente ne parla, ne twitta, ne discute. Abbiamo finalmente delle tavole rotonde di uomini bianchi cis etero che si confrontano sui pro e contro di quella che viene definita la dittatura del politically correct. Recentemente l’«Internazionale» ha pubblicato 26 pagine di fumetto redatte da Zero Calcare, dedicate all’argomento. Titolo: La dittatura immaginaria. Trovare quel numero dell’«Internazionale», dopo l’hype scatenata sui social, è stato difficile. Avrò girato una ventina di edicole: tutto esaurito. Ma alla fine sono riuscita a recuperarlo. Immaginate la felicità di pagare quattro euro per un giornale introvabile, di cui tuttə hanno parlato benissimo, che una volta arrivata all’ultima pagina mi ha fatto pensare: “Ecco perché non mi fido degli uomini bianchi cis etero”. Queste ventisei pagine sono la dimostrazione che non basta voler parlare di qualcosa per esserne all’altezza. Non basta essere schieratə dalla “parte giusta” se non metti cura nelle parole, se non ti preoccupi del tuo pubblico, se parli così come ti viene e fa nulla se ti vengono uscite offensive o triggeranti.

Le premesse sono ottime perché Michele parla della cancel culture come di quella cosa per cui “non si può più dire niente” e con niente si intendono offese omolesbotransfobiche, razziste, misogine e chi più ne ha più ne metta. Della cancel culture si lamenta l’uomo bianco ricco e abile, etero e cisgender che si sente limitato nella sua libertà di espressione quando apre bocca per offendere, umiliare e mortificare determinate categorie di persone (ovvero chiunque non sia un uomo bianco ricco abile cis ed etero) e incitare all’odio machista verso suddette collettività. Peccato che, così come puntualizzato dal fumettista romano, le piattaforme a disposizione di chi si lamenta della cancel culture siano innumerevoli: “se lagnano su internet, se lagnano nei libri, se lagnano sulle prime pagine dei giornali”. Insomma, tutto quello che non ti aspetteresti da una effettiva censura: la possibilità di dire comunque la tua e di far diventare la tua opinione violenta l’unica degna di attenzione.

Nelle prime pagine Michele afferma che la cancel culture in Italia non esiste e per dimostrarlo in maniera più pratica decide di lasciarsi andare all’uso non censurato della n-word, giusto per rafforzare il concetto. Ripetiamo insieme: non esiste contesto, spazio, tempo, modo, luogo, permesso speciale, occasione pressante che rendano necessario l’uso della n-word da parte di una persona bianca. E sì, hai capito bene, non si usa nemmeno per dire allə altrə che non si usa. Una delle cose che mi ha maggiormente indisposta è stato vedere la costante censura del ”porcodio” nelle stesse pagine in cui la n-word veniva utilizzata con naturalezza. Perché una si censura e l’altra no? Io sono contenta per Michele Rech e tutti gli uomini bianchi che, come lui, non vedono la problematicità della n-word sbandierata ripetutamente su una pagina qualsiasi di giornale. Sono felice che il razzismo sistemico della nostra società non li tocchi e non li abbia mai messi nelle condizioni di chiedersi: “Ma era necessario dirlo così? Non potevo dire solo ’nero’? Non potevo mettere un asterisco per evitare di sottoporre lə miə lettorə POC alla violenza di una parola che è stata usata per marginalizzarlə, deumanizzarlə e controllarlə?” E sì, per chi se lo stesse chiedendo, censurare la parola avrebbe fatto una GRANDE differenza. Stessa cosa per i continui rimandi allo st*pro.

Dopo la polemica sul programma razzista e omolesbotransfobico condotto in prima serata da Pio e Amedeo con il solo scopo di normalizzare forzatamente l’uso (già vigliaccamente accettato) di parole che le comunità in questione non hanno nessun interesse a rivendicare, sicuramente non ci mancava anche questa. Non importano solo le intenzioni: le parole hanno un peso, così come una valenza politica e sociale intrinseca da considerare. Danno forma a tutto, costruiscono e decostruiscono costantemente il nostro mondo e il mondo che vogliamo creare non è quello in cui noi bianchi possiamo usare la n-word o in generale dire cose come “il gay” e “la cicc*ona”.

Proprio a pagina 58 Zero Calcare, riflettendo sul giornalismo italiano, afferma: “Ma cristosauro (altra bestemmia censurata perché dio non si tocca e cristo neppure), tu una cosa sola devi fare, usare le parole. Devi solo usa’ bene le parole”. Eppure, andando avanti nella narrazione, è lo stesso Michele che decide di parlare delle persone trans dicendo cose come: “Batman nel prossimo film sarà interpretato da una grande ob*sa trans pakistana” (p. 62) ovvero la retorica deumanizzante che ci porta a pensare che non stiamo parlando di una persona ma di un’entità mitologica trans, pakistana e grassa, tutto fuorché una persona. Quanto inchiostro in più avrebbe consumato per aggiungere “da un’attrice”? Usare bene le parole vale per chiunque, non solo giornalisti o scrittori e scrittrici. Vale per tuttə, da tua madre al barista sotto casa che ti fa il cappuccino; contrariamente all’opinione di Michele, vale anche per l’idraulico che ti ripara il lavandino. Perché se di giorno è un pacifico lavoratore con un linguaggio violento e misogino, davanti a una donna è solo un uomo violento e misogino. Vale anche per lə fumettistə che, tra le righe, dicono allə propriə lettorə che cancellare la persona va bene, che trasformare varie soggettività non conformi in oggetti da tirar fuori a piacimento per sembrare illuminatə è okay. L’uso che facciamo delle parole ha ripercussioni concrete, evidenti e tangibili. Non dobbiamo sottovalutarlo mai, nemmeno quando crediamo di essere dalla parte giusta.

A volte vorrei provare quella leggerezza che provano loro, i maschi bianchi che usano la parola “trans” come se avesse valore sostantivale assoluto, o parlano di “c*ccioni” perché in qualità di magri possono decidere che non è offensivo e non fa del male a nessunə (ovvero non fa male a loro, che non sono né persone trans, né grassi e né neri). Cose che ti aspetteresti da tuo zio un po’ fascista alla prima birra.


Altra faccenda da retrogusto di bile in bocca è il continuo tone policing. Il fatto che ancora si discuta di come dovrebbe porsi un individuo oppresso nei confronti del suo oppressore (sia nel caso di una micro-aggressione che di una ben più evidente macro-aggressione) è rivoltante. Se tu sbagli e il tuo sbaglio (che per te ha un valore ipotetico e retorico perché non tange la tua individualità ma lede la mia) ha un impatto reale e concreto nella mia vita, sono IO a decidere se aggiungere al mio bagaglio anche il peso della TUA rieducazione o se semplicemente, con la stessa violenza con cui tu sei entrato nei miei spazi, cacciarti via. Non vi dobbiamo educazione, gentilezza, comprensione. Non vi dobbiamo nulla, non è più il momento di dare, ma di pretendere. Pretendere che ognunə sia responsabile delle conseguenze delle proprie azioni e parole, pretendere che la nostra reazione davanti a un’ingiustizia non faccia più clamore dell’ingiustizia stessa. Pretendere che le parole siano usate con criterio soprattutto da chi non paga le conseguenze di un linguaggio improprio. Pretendere che termini offensivi e non censurati facciano più scalpore di un “porcodio” a pagina 56.

Articolo a cura di Debora De Simone