Arte queer: sfide e prospettive

L’espressione creativa delle persone marginalizzate a causa della loro identità sessuale o di genere esiste. C’è una necessità capitale per molte persone queer di tradurre la dominazione che subiscono in energia creativa. È oggi il momento di renderla visibile e di valorizzarla. Propongo qui tre prospettive, temi o sfide per l’arte contemporanea queer.

L’arte prodotta dagli uomini bianchi cisgender per secoli poteva vantarsi di avere il monopolio sull’arte, mentre l’arte delle donne e delle minoranze etniche, sessuali o di genere era considerata come un'arte politica, che difende una causa, non universalizzabile. Pertanto, le opere di questi artisti furono svuotate del significato politico, nel caso migliore, o rese invisibili nel caso peggiore.

La parola queer a causa della sua origine stigmatizzante riveste un senso politico forte. Parlo dell’arte queer e non dell’arte LGBTQ+, perché non si tratta soltanto dell’arte di una comunità ristretta intesa come singoli individui, ma di un'arte nata per esprimere in senso ampio le esigenze politiche e sociali della comunità stessa.


La rappresentazione LGBTQ+

La rappresentazione è una sfida per la comunità LGBTQ+ e per l’arte queer, come per le altre minoranze. Sappiamo quanto è fondamentale vedere e riconoscere il gender trouble negli altri per potere accettare quello che viviamo. La storia delle lotte LGBTQ+ e dell’arte di questa comunità, alla stessa stregua di quella delle donne, è lacunosa. È fatta di frammenti sparsi, di figure estromesse, di parole mancanti. Ciò costituisce una vera ferita che probabilmente non sarà mai curata. Ma l’arte, come il lavoro sugli archivi LGBTQ+ e le testimonianze, può contribuire a colmare questi vuoti. Secondo me, è precisamente grazie a quel bisogno di testimonianza che nasce il desiderio di ritratto da parte degli artisti e del pubblico interessato. Vedere l’altro e riconoscersi. Questo desiderio è particolarmente evidente nel lavoro di numerosi fotografi queer che mostrano dei corpi lontani dal concetto canonico di desiderio e di genere. Così vediamo apparire il problema del punto di vista: rappresentare o non essere più rappresentati.


Nan Goldin, Jimmy Paulette and Taboo! in the bathroom, 1991, artnet.

La sovversione del punto di vista

Infatti, logicamente, un ritratto fotografico di una persona queer non racconta la stessa cosa se il fotografo che la ritrae è queer oppure no. In Francia, nel 2020, abbiamo tanto parlato di male gaze e di female gaze nel campo cinematografico, con il film Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma e la pubblicazione di Le regard féminin - Une révolution à l’écran (Lo sguardo femminile - Una rivoluzione allo schermo), scritto da Iris Brey. Questo libro ha animato la discussione sull’oggettificazione delle donne nel cinema che adotta lo sguardo maschile. Riguardo alla storia dell’arte possiamo parlare degli stessi meccanismi. Per esempio, i pittori moderni hanno tutti lavorato sui nudi femminili; Griselda Pollock, storica dell’arte, spiega questo fenomeno dicendo che il modernismo nell’arte è legato all’espressione della sessualità maschile eterosessuale. La dominazione di questo punto di vista comporta la sovrarappresentazione della donna come oggetto del desiderio. Quindi, per sovvertire la norma dello sguardo e il potere abbiamo bisogno di altri racconti, di altre immagini, di altri artisti: femminili e delle minoranze.

Nello stesso modo in cui Monique Wittig, alla fine degli anni 1970, in Il Pensiero eterosessuale interroga la norma teorica eterosessuale nei movimenti femministi dicendo “le lesbiche non sono donne”; la teoria queer interroga la norma teorica della binarietà dei generi e della sessualità. Quindi, come nel campo artistico, il problema del punto di vista è anche essenziale nella teorizzazione. Infatti, la normalizzazione e la generalizzazione del punto di vista maschile straight nell’arte è capovolto non tanto grazie alla produzione di opere per o con i freaks, ma dal proprio sguardo sul mondo, per infine creare un queer gaze.


La figura del genio

Nel suo testo fondatore “Perché non ci sono state grandi artiste?”, pubblicato nel 1971, Linda Nochlin spiega le radici della dominazione maschile nella storia dell’arte. Quest’ultima è in parte dovuta alla nozione di un grande artista che per secoli, attraverso monografie agiografiche scritte ovviamente da uomini, ha promosso l’immagine del genio individuale, parlando del contesto sociale e istituzionale di creazione soltanto come lo sfondo della creazione. Tuttavia, si constata che è precisamente questo contesto sociale e istituzionale che ha impedito le donne e le minoranze di sorgere nel campo artistico. La classe sociale, il fatto di conoscere le persone giuste, il colore della pelle, il genere, l’apparenza fisica, la sessualità, sono tutte queste cose che prevalgono sul talento ancora oggi per farsi un nome. Il genio è allora quello che ha beneficiato di un contesto sociale e istituzionale sufficientemente favorevole per permettergli di esprimere il suo talento e di svilupparlo. È ora di abbandonare il modello del genio individuale e di preferire un modello solidale dell’intelligenza e della creazione collettive. Ora che una storia dell’arte femminista è nata, che i queer studies suscitano un crescente interesse, sembra essenziale istituire dei modi di creazione e di diffusione comunitari per promuovere l’autorappresentazione queer, l’arte queer in generale e l'espressione di un genio collettivo.



Bibliografia franco-italiana

  • Brey, Iris. Le regard féminin - Une révolution à l’écran, Edition de l'Olivier, 2020

  • Wittig, Monique. Il Pensiero eterosessuale, ombre corte, 2019

  • Nochlin, Linda. Perché non ci sono state grandi artiste?, Castelvecchi, 2019

  • Alfonsi, Isabelle. Pour une esthétique de l’émancipation. Construire les lignées d’un art queer, B42, 2019

Articolo a cura di Odessa Mourier