Antispecismo e Liberazione Animale: ne parliamo con Veganismo Logico


Abbiamo avuto il piacere di intervistare Gabry e Albo, due attivisti vegan antispecisti che grazie alla loro pagina instagram Veganismo Logico e il canale YT si occupano di fare informazione e sensibilizzare alla lotta per la liberazione animale. Abbiamo deciso di non soffermarci troppo sulla questione alimentare in sé, ovvero cosa mangiare o cosa non mangiare, perché troppo spesso discussioni su proteine, b12, ferro o altro fanno perdere il vero focus del movimento, ovvero la liberazione collettiva di tuttx.



Vorremmo iniziare con due domande semplici e veloci, di quelle che in quanto vegane ci sentiamo fare più spesso. La prima è: perché sei vegana e non semplicemente vegetariana?

G: La risposta è molto semplice: nell’industria del latte, delle uova e del miele c’è la stessa sofferenza e la stessa morte [che c'è nell'industria della carne], gli animali vengono visti come oggetti, come merce. Siamo abituati a vedere il latte e le uova come prodotti innocui, veniamo abituati a pensare che la mucca produce latte tanto per o che la gallina faccia l’uovo e basta, ma a livello industriale c’è tantissima sofferenza. Il destino di questi animali, dopo il ciclo di produzione, è già segnato: all’interno della logica specista dominante non c’è una soluzione per loro oltre il macello, fatta eccezione per quei pochi animali che riescono a scappare attraverso degli atti di resistenza. Ovviamente questa logica viene applicata anche in tutte quelle realtà magari più “etiche”, “sostenibili”, “biologiche”. La realtà è sempre la stessa, gli animali vengono sempre sfruttati per fini economici... non c’è mai un fine diverso dietro ad un allevamento, qualsiasi tipo di allevamento.


La seconda domanda che ci sentiamo dire più spesso riguarda la parte economica: Non devi essere ricco per essere vegano?


A: Alla base qui c'è un discorso di privilegio. Chi dice che bisogna essere ricco per essere vegan riconosce il tuo privilegio di persona vegana, ma molto spesso è una persona che ha la nostra stessa possibilità di scelta. Sono solitamente amici o familiari, persone con chi condividiamo il contesto di vita a farci questa obiezione. Esistono, ovviamente, anche situazioni più borderline in cui non si ha il privilegio di scegliere cosa mangiare ma dobbiamo guardare sempre il contesto. Per quanto riguarda una mera questione economica, quali sono gli alimenti che costano meno? I legumi, i cereali, alcuni tipi di frutta e verdura. Se il discorso è quello del prezzo allora carne, latte e uova costano tantissimo. Trovo particolare l’obiezione che essere vegani sia da ricchi perché implica che sia da privilegiati e che chi sta ponendo la domanda non goda del nostro stesso privilegio.

G: Il problema grosso di questa obiezione è che fa passare il veganismo come una scelta alimentare consumistica, trasformando la lotta per la liberazione animale in qualcosa che può essere portata avanti solo da chi è benestante, quando in realtà se pensiamo a tutte le altre lotte sono state portate avanti da chi detiene meno privilegio. Si crea una confusione tale che le persone da fuori percepiscono che il veganismo sia semplicemente quello che tu porti in tavola.

L’attivismo che fate voi è molto logico e riflessivo, sia sui social che per strada. Dialogate con le persone, le incalzate con domande al punto che anche il più convinto carnitariano riesce ad arrivare all’unica risposta che c’è, ovvero che nutrirsi di animali è sbagliato. La domanda, da parte di due vegane antispeciste che si ritrovano spesso a dover avere a che fare con i detrattori del veganismo, è: quanto è frustrante a volte avere a che fare con persone che non solo non concordano con voi, ma che spesso deridono ideali ed etica?

A: Una delle cose che pesa in generale a chi è vegan antispecista è il fatto di ritrovarsi sempre sulle stesse domande, gli stessi articoli vecchi di anni che vengono condivisi. Forse i detrattori sul web sono più ostici anche nella gestione emotiva. Per quanto riguarda le conversazioni in strada, a livello comunicativo sei in una posizione di vantaggio, sei tu ad impostare il frame dell’interazione.

G: Se posso dare un suggerimento è quello di non commettere l’errore di passare tanto tempo e sprecare tante energie mentali a parlare con persone che sin dall’inizio non hanno intenzione di capire, non sono mosse dalla curiosità ma vogliono solo far perdere tempo. Non dobbiamo sentirci in dovere di parlare con tutti, perché spesso si ha davanti qualcuno che non è intenzionato ad ascoltare. Se ci troviamo in situazioni in cui passiamo ore a parlare con chi non vuole imparare o approfondire è uno sforzo mentale troppo alto. Non stiamo facendo un torto agli animali se non discutiamo con tutte le persone che ci scrivono o con lo zio che insiste su quanto sia buona la carne. Quel tempo può essere investito in un altro modo, magari leggendo un libro sull’antispecismo.


Volevamo parlare con voi anche di intersezionalità. La lotta antispecista ha come fine ultimo la liberazione animale, però è sbagliato cercare di staccarla da altre lotte e movimenti sociali come quelli antirazzisti e transfemministi. Io stessa ho iniziato il mio percorso antispecista a partire da riflessioni femministe sulla politica dei corpi e del consenso, e ho capito che erano tutti discorsi che si applicavano anche all’oppressione animale. La domanda è: quanto è importante l’intersezionalità nella lotta antispecista e nell’attivismo? Perché per molti è una minaccia?

G: Bisogna riflettere sul sistema economico attuale, capire come il capitalismo usa i nostri corpi per soddisfare le logiche di profitto su cui si basa per continuare a crescere. Ciò che serve al capitalismo per funzionare al meglio è una società patriarcale, colonialista e specista. Riconoscere ciò ci porta, come attivisti, a comprendere che l’unica via per arrivare alla liberazione animale è abbattere questi sistemi oppressivi: anche se nel pratico il tuo focus è l’antispecismo, è cruciale collaborale con gli altri movimenti antirazzisti, transfemministi e anticoloniali. Quando parliamo di liberazione parliamo di una liberazione a 360°. Bisogna creare dei ponti per il dialogo tra movimenti così da portare il punto di vista antispecista all’interno di movimenti ambientalisti, femministi e antirazzisti: usando il nostro tempo per far riflettere chi è attivo politicamente e comprende le dinamiche oppressive del capitalismo che sfrutta i corpi non conformi, è più facile far abbracciare il punto di vista animale.



Riallacciandoci al discorso delle logiche economiche del capitalismo vorremmo parlare della questione del burger vegan al McDonald’s, che ovviamente ha creato caos nel movimento perché si sono creati due schieramenti: chi vede questa normalizzazione dell’alimentazione vegana come un passo avanti e chi la vede come un affronto perché se la lotta ci vuole vedere liberi dal controllo del capitalismo e del patriarcato, così diventiamo merce e profitto nelle mani delle grandi aziende. Può, però, essere visto in maniera positiva il fatto che un'alternativa vegan sia richiesta a tal punto da convincere anche una grande azienda come il McDonald a considerarci legge di mercato?

G: Sulla questione riconoscimento delle persone, abbiamo raggiunto una potenza d’acquisto abbastanza valida. Però questi prodotti non sono proprio indirizzati a persone vegane, ma sono più indirizzati a persone che negli ultimi due anni si sono avvicinati al movimento ambientalista. Queste opzioni qua sono fatte per far tornare quei clienti che magari si erano staccati, soprattutto per ragioni climatiche, da posti come McDonalds e ora hanno l’opportunità di tornare, quindi sono potenzialmente clienti che vengono riacquistati. Dal punto di vista delle logiche di profitto questa cosa non fa altro che alimentare e crescere i profitti di un’azienda come McDonalds e più profitti vuol dire ancora più soldi da spendere per produrre e anche per far soffrire e uccidere ancora più animali, quindi credere che per ogni mc plant-based venduto equivalga a un big mac in meno è anche un ragionamento pericoloso.

A: Sicuramente usciranno più opzioni vegan, ma la logica è di profitto economico. Lo fanno perché intuiscono un’opportunità a livello monetario. Non ci sono mai state tante opzioni vegan quante ce ne sono oggi, eppure i consumi e il numero di animali uccisi aumenta sempre di più. La strada che stiamo percorrendo a livello di consapevolezza sull’ambiente, a livello di numero di vegani che aumentano, non è una strada che così da sola potrà portarci a quel risultato cui auspichiamo. Ciò che dovremmo fare è continuare su una strada il più possibile radicale che metta in discussione le logiche di dominio, tanto il cambiamento a livello economico e pratico avverrà comunque. Non dobbiamo “appropriarci” di quell’aspetto come se fosse una nostra vittoria, non è quello lo scopo del nostro attivismo.

G: L’azione individuale è molto importante, però deve essere integrata a una strategia più grande che vada ad analizzare anche la struttura della società stessa in cui viviamo.

Se è vero che capitalismo è una macchina ormai in azione che da sola porterà alla sua rovina, queste scelte di mercato possono essere una delle fasi di passaggio?

G: Il capitalismo è completamente indifferente a ciò che produce, non produce prodotti di origine animale perché vuole farlo, ma semplicemente perché è indifferente, l’unica cosa da cui è guidato sono le logiche di profitto dalla crescita economica. Proprio perché destinato a fallire, che sia un capitalismo come ora o più verde, è comunque guidato dallo sfruttamento delle risorse e quindi per forza di cose sempre sulla strada del fallimento, perché le risorse non sono infinite. Dobbiamo mettere in dubbio il capitalismo stesso, non semplicemente quello che sfrutta e uccide gli animali. Anche il capitalismo verde comunque poi si porterà avanti e si alimenterà sempre su queste logiche. E’ stata discussa poco tempo fa una legge che voleva impedire l’utilizzo del nome burger per i prodotti vegetali. Il fatto che tale legge non sia stata approvata è stato visto come una vittoria anche se in realtà non fa altro che rispondere a quelle leggi di mercato discusse poco prima. Inoltre mentre noi firmavamo petizioni per mantenere un termine, l’Europa stanziava 3,6 milioni di euro per promuovere lo stile di vita carnista. Può essere che il mercato della carne si senta minacciato e sia effettivamente in crisi? I numeri degli animali sfruttati per l’industria alimentare cresce eppure quello che sta succedendo ci da un segnale opposto, un segnale di crisi.

A: A livello di linguaggio non avrebbe senso una legge del genere perché la gente continuerebbe a chiamarli burger ma a livello economico è una manovra mirata ad eliminare la competizione. Il linguaggio è importante ma non ne farei una questione di attivismo. Sono discorsi tra aziende.

G: Molti prodotti vegetali sono fatti dalle stesse aziende che due banchi più avanti ti propongono carne, latte e uova. Una proposta del genere ovviamente andrebbe a penalizzare solo quelle aziende che producono esclusivamente prodotti vegetali. Discutere come chiamare un prodotto è abbastanza ridicolo perché la gente continuerebbe a chiamarli come vuole ma sono proposte mirate ad isolare e danneggiare l’introito economico delle aziende che li producono. Focalizzarsi troppo su questa cosa non ci ha avvicinati alla questione della liberazione animale.

A: Per quanto riguarda la PAC (politica agricola comune),fino al 2019 prevedeva l’erogazione di fondi ingenti destinati agli allevamenti. Soldi che paradossalmente anche i vegani investono nell’industria animale. E’ un discorso complesso perché ci sono diversi motivi alla base: tutelare il profitto ma anche i lavoratori del settore.

L’ultima riflessione riguarda proprio la questione ambientale. Ormai è noto che l’industria dei prodotti animali è quella che impatta maggiormente sull’ambiente ed è causa di inquinamento, spreco e sfruttamento di risorse. Pur essendoci una maggior attenzione nei riguardi dell’ambiente negli ultimi anni, mi chiedo: perché c’è questo menefreghismo generale, per cui magari anche grandi associazioni che si proclamano ambientaliste si concentrano di più sulla cannuccia biodegradabile invece che sulla plastica nei mari a causa della pesca, oppure sulla doccia rapida invece che sui litri di acqua sprecati per un hamburger?


G: è proprio per una questione di interessi: anche qui in Italia abbiamo una famosa organizzazione ambientalista che solo da poco ha iniziato a integrare, in minima parte, la questione animale e degli allevamenti intensivi all’interno del suo discorso; questo è sicuramente un passo avanti, ma ne servono ancora perché la questione ambientale è sempre stata trattata come indirizzata alla responsabilità individuale, ma non si è mai tentato di mettere in dubbio o criticare il capitalismo e le logiche produttive che stanno dietro ai prodotti che compriamo. Ci dovrebbe essere una messa in discussione della logica capitalista che sta dietro alla distruzione ambientale, perché è un sistema che usa come prima fonte di profitto e crescita le risorse naturali e ambientali: è necessario adottare un approccio radicale e mettere in dubbio il sistema, e questo vale anche per le associazioni ambientaliste e animaliste, altrimenti non riusciremo a fare quei passi in avanti utili a sovvertire il sistema vigente.


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Intervista a cura di: Debora De Simone, Chiara Polimeni, Gian Marco Federico Con Albo e Gabry, attivisti di Veganismo Logico su Instagram e YouTube